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Il vescovo di Livorno sui femminicidi: «Dove c’è violenza si deve impedire il matrimonio»

di Ilaria Bonuccelli
Il vescovo di Livorno sui femminicidi: «Dove c’è violenza si deve impedire il matrimonio»

Monsignor Giusti ammette di non aver sposato coppie per questo motivo La Chiesa impone un anno di preparazione al sacramento per educare all’affettività. "Quando si vede che il rapporto è di soggezione mi fermo: spesso il fidanzato rimprovare lei davanti a me"  

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LIVORNO. «”Io voi due non vi sposo”. Glielo dissi così. Mi ero accorto che lui era violento. Vennero le famiglie, infuriate: “Come non ci sposa i nostri figlioli?”. “No, non li sposo”. Spiegai i motivi e mi trattarono a pesci in faccia. Due anni dopo i carabinieri intervennero a casa di lei: tutta martoriata, pestata a sangue dallo “sposo”». Ora che è vescovo, non più parroco di un paese nel Pisano, monsignor Simone Giusti non ha cambiato idea. Dove c’è violenza, non ci può essere matrimonio.

Lo dice ogni giorno ai suoi parroci. Lo scrive anche. Il 22 febbraio 2018 in una lettera alla comunità livornese di Nibbiaia - quella di Francesca Citi, appena assassinata dall’ex marito - lancia un appello: «Si chiedano nuove leggi che impediscano ad altre donne di avere occhi ricolmi di dolore e di paura per sé e per i propri figli ...Si intervenga subito appena insediato il nuovo parlamento».

Monsignore, perché una presa di posizione così netta sulla violenza contro donne, fenomeno che la politica continua a ignorare?

«Perché proprio nei giorni dell’uccisione di Francesca, un’altra donna, separata, con due figli, si presenta da me: era stata appena picchiata dall’ex. Era piena di lividi, era scappata di casa, impaurita per la sorte dei figli. Mentre era venuta a chiedere consiglio su come comportarsi, il suo ex era andato al pronto soccorso a farsi refertare e a sporgere denuncia. Sosteneva che lei lo aveva graffiato e che lui l’aveva pestata per difendersi. Lei era disperata: non c’erano testimoni e rischiava di essere anche rispondere della violenza che, invece, aveva subito».

Quindi?

«Ho capito che dovevo intervenire. C’è un’emergenza che ci impone di capire innanzitutto da dove nasce questa violenza».

Da dove nasce questa violenza?

«Da una crisi educativa. Quando sono arrivato a Livorno, dieci anni fa, ho chiesto subito di stringere un patto con tutte le istituzioni perché i giovani arrivassero a 18 anni sani di corpo e di mente. Ho detto sani, non cristiani. E per centrare l’obiettivo serve un’azione coesa tra famiglie, parrocchie, centri sportivi, scuola, realtà territoriali per un progetto educativo basato sui valori della Costituzione, non dico mica su quelli del Vangelo».

E crede che un percorso educativo di questo tipo possa creare una cultura della non violenza?

«Credo nella necessità di un progetto educativo coeso. Se uno dice bianco, uno dice nero il ragazzo si trova in mezzo a una schizofrenia educativa e, non avendo punti di riferimento, fa quello che gli dicono i “Social”, il “Grande persuasore occulto”: è quello il luogo dove ormai i giovani si educano. Non più la famiglia, la scuola, la parrocchia o il gruppo sportivo».

Non rischia così di demonizzare i social?

«Non voglio demonizzare i social, ma occorre fare un’educazione audio-visiva di questi ragazzi. Parlo di un’educazione affettiva e sessuale tramite i social, oltre l’educazione di igiene sanitaria su come non si prende l’Aids o su come non si fanno i figlioli. La Curia in questo è in prima linea».

La Curia in prima linea sull’educazione affettiva e sessuale?

«Proprio come Curia stiamo preparando una campagna televisiva sull’educazione sessuale. Non c’è da meravigliarsi. Anche quest’anno ho incontrato centinaia di giovani che devono sposarsi. E nei nostri colloqui ho insistito sull’arte di amare, citando Erich Fromm. Perché se tu non sai amare, allora si litiga e se si litiga allora si degenera. È questo che si dovrebbe insegnare nelle scuole».

Si dovrebbe insegnare a scuola “l’arte di amare”?

«Nelle scuole, nelle università nelle televisioni. E invece..».

Invece?

«Invece prendiamo come viene presentata la sessualità».

Come viene presentata la sessualità?

«Come un gioco, ma non lo è. Se è un gioco, quando mi viene a noia, ne prendo un altro. Ed è lì che nasce il dramma: il cambio non viene accettato. E quindi è necessaria anche una educazione alla gestione del conflitto. Lo psicopedagogista Daniele Novara ci insegna che per gestire la pace, occorre educare al conflitto. Quindi l’educazione affettiva contempla l’educazione al conflitto: la capacità di saper gestire in modo pacifica il contrasto. È possibile che in una relazione ci siano diversità, che i rapporti possano andare in crisi, che ci siano separazioni e divorzi. Bisogna prenderne atto. Ma se non faccio neppure un lavoro educativo per prevenirli?».

La Chiesa fa percorsi educativi all’affettività di contrasto alla violenza di genere?

«Sì. Chi si vuole sposare in chiesa deve fare almeno un anno di formazione e il termine è inderogabile: sennò si rischiava di dare vita a coppie che non sapevano gestire né affettività né conflitto. Ma solo la Chiese deve organizzare questi percorsi? Io non voglio una Chiesa che stia per conto suo».

Scusi monsignore, il suo ragionamento ha un difetto: per ottenere risultati ha bisogno di tempo. L’emergenza violenza è qui e ora. Come si difendono subito le donne?

«Non lasciando sole le coppie. I drammi nascono nelle situazioni di isolamento. Nella parrocchia ci proviamo: coi gruppi delle giovani coppie, gruppi famiglia. I gruppi di autoterapia sono modi efficaci di prevenzione. Spesso il solo ascolto dei problemi aiuta le persone a trovare da sole la soluzione. Ma la parrocchia da sola non basta. Occorre ricreare una solidarietà civica, ricreare le comunità sfruttando le ricchezze territoriali: a Livorno, ad esempio, le cantine, la tradizione dei pali remieri».

Ma durante i corsi di preparazione al matrimonio le è capitato di intuire che ci fossero atteggiamenti di violenza?

«Sicuro. I casi si vedono. Per questo io non sposo. Quando si vede che il rapporto è di soggezione mi fermo: si vede da come il fidanzato parla alla fidanzata, la rimprovera: “Tu non capisci nulla”: c’è una violenza verbale prima che fisica. In 12 anni da parroco, alcune coppie non le ho sposate. Ho proprio detto: “Voi siete matti ad andare avanti così”».

E oggi da vescovo come si comporta?

«Ai miei preti dico: “State attenti e mettete le persone sul chi va là. Perché la preparazione al matrimonio dura un anno? Perché è un tempo sufficiente nel quale affiorano i cambiamenti. Ma a fianco delle iniziative della Chiesa, occorrerebbero iniziative analoghe per chi sceglie il matrimonio civile: inutile far intervenire il sociologo o lo psicologo dopo che la violenza si è consumata. Bisognerebbe trovare forme di educazione alla formazione della famiglia, anche forme legislative, magari percorsi condivisi, fra Chiesa e istituzioni laiche. Con un obiettivo comune: formare e mai lasciare sole le coppie in difficoltà».

I parroci hanno mai sottovalutato situazioni di violenza?

«Quando i parroci mi segnalano situazioni di violenza, anche in coppie già sposate, scatta subito il diritto canonico, assai più severo del diritto civile: se ho la percezione che il matrimonio sia stato contratto “in assenza di libertà” è nullo. Anche se ci sono figli».

Ma per prevenire la violenza che cosa suggerirebbe?

«Integrazione fra Comune, parrocchia, circoscrizione, assistenti sociali, forze dell’ordine. Lavorare insieme ci consente di prevenire. Quando ero parroco organizzavamo incontri informali con il maresciallo dei carabinieri, l’assistente sociale. Tutte le sentinelle che hanno la percezione della realtà. Magari non le prove, ma il monitoraggio sì. E puoi valutare come intervenire prima della tragedia».

È quale consapevolezza c’è nelle famiglie della violenza?

«Sanno. Ma la reazione, spesso, è di ignorare, soprattutto se c’è un matrimonio vicino. Più di una volta mi sono sentito dire: “Non vorrà mica mandare all’aria tutto, ora?”. Pur di salvare la facciata, c’è chi è pronto anche a mandare la figliola in mano a un orco».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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