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La crisi della coop Clc: chiesto il concordato
Livorno, congelati 25 milioni di debiti coi fornitori, tremano 125 dipendenti dell'azienda
LIVORNO. La Clc, colosso dell’edilizia livornese, ha chiesto il concordato. I conti della società che ha costruito le Fonti del Corallo e il parco Levante sono in una situazione di grave squilibrio finanziario. E l’incapacità di rispettare gli impegni con i creditori ha costretto i vertici della cooperativa a rivolgersi al tribunale fallimentare.
A quanto risulta la società aveva nel 2018 un portafoglio lavori da 80 milioni di euro. Ma la crisi economico-finanziaria (già apparsa all’orizzonte nel 2016 con una perdita d’esercizio da quasi 900mila euro) sarebbe precipitata nelle ultime settimane.
La decisione di portare i libri in tribunale rappresenta un passo choc. Per quattro motivi almeno: 1) siamo davanti al più grosso operatore delle costruzioni livornesi, non a caso portano la firma di Clc non solo i principali centri commerciali a marchio Coop nati negli ultimi anni, compresa parte di Porta a Mare, ma anche la nuova scuola materna di Shangai, la Dogana d’Acqua, la ristrutturazione della stazione marittima e la costruzione di una delle torri di Porta a Terra, tanto per fare esempi cittadini;
2) tra i creditori di Clc, che vedranno le loro spettanze congelate ci sono non soltanto le banche che al 31 dicembre 2016 dovevano avere oltre 15 milioni di prestiti, ma anche tantissimi fornitori, molti di piccole dimensioni, tra cui numerose cooperative, che potrebbero a loro volta subire le ricadute del concordato (l’ultimo bilancio approvato parlava di 25 milioni di euro di debiti verso i fornitori);
3) sono numerosi i cantieri pubblici attualmente appaltati alla coop di via Boccherini, alcuni anche di somma urgenza successivi all’alluvione, e la crisi finanziaria della società sta già comportando un serio ritardo nei lavori: le ruspe in piazza delle Carrozze davanti alla partenza della funicolare ad esempio sono ferme da 4 mesi, mentre il cantiere a Montenero all’altezza del passaggio del rio Banditella sono in ritardo di tre mesi;
4) ultimo punto ma non certo per importanza: l’azienda ha 125 dipendenti, equamente suddivisi tra impiegati e operai. 92 di questi sono soci. La ricaduta occupazionale non è ancora chiara, ma il rischio di un’operazione sul personale esiste, o attraverso tagli d’organico o con ammortizzatori sociali.
Detto questo, nella scelta della cooperativa guidata da Maurizio Macchioni c’è anche da cercare il bicchiere mezzo pieno: la scelta infatti è ricaduta sul concordato in continuità aziendale, lo stesso, per intenderci, che ha utilizzato Aamps due anni fa e che sta dando risultati positivi dal punto di vista finanziario (ma siamo davanti a un servizio pubblico essenziale che va avanti grazie alla Tari). Non tutti i precedenti però hanno dato lo stesso esito: basti pensare al dissesto dell’empolese Consorzio Etruria, regina delle cooperative e tra le maggiori imprese di costruzioni in Italia, che però aveva dimensioni debitorie quasi dieci volte maggiori di Clc.
L’obiettivo del concordato in continuità è comunque quello di salvare l’azienda e pesare il meno possibile sui fornitori. E lo ha ribadito chiaramente in una lettera inviata a tutti i creditori sabato scorso il presidente del cda di Clc: «Siamo fiduciosi che la decisione ci consentirà di salvaguardare la nostra azienda e nel contempo assicurerà al ceto creditorio la soddisfazione nella percentuale più alta che sarà consentita una volta esaminata compiutamente la situazione patrimoniale ed economica dai professionisti che abbiamo incaricato».
C’è anche la storia che in qualche modo potrebbe giocare a favore della cooperativa di via Boccherini, nata come Clc nel 1997, ma di fatto nata, morta e risorta almeno già tre volte, prima come coop Risorgimento e poi come Polo Costruzioni. Per giudicare il successo dell’operazione però non basterà che Clc sopravviva: servirà capire l’impatto che il concordato avrà sui fornitori e sui lavoratori.
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