Gioco
Tasse evase e vita nel lusso: 11 condanne
Livorno, al centro del processo le tre cooperative fallite che gestivano il servizio di facchinaggio per una ditta di corrieri
LIVORNO . La vita da nababbi della famiglia Vivaldi-Karamuca, una «associazione per delinquere» italo-albanese con la fissa per gioielli, viaggi, barche e supercar, si fondava su una frode milionaria ai danni dell’Erario: attraverso la gestione del servizio di facchinaggio per la società di spedizioni Bartolini (estranea all’inchiesta della finanza e con sede a Lavoria), incassavano i soldi dell’appalto, pagavano i circa 200 dipendenti e contemporaneamente, di anno in anno, portavano la cooperativa di turno a morire facendola sparire dai radar della legalità per non versare così un fiume di denaro al Fisco. Per dare la misura della frode messa in atto a partire dal 2009, basta leggere la sentenza con quale a meno di un anno dagli arresti dei vertici sodalizio criminale, il giudice Fabrizio Nicoletti ha condannato in abbreviato gli undici imputati (quattro posizioni sono state stralciate): trentadue anni di reclusione complessivi e una confisca pari a oltre 11 milioni di euro tra conti correnti e beni per coprire il debito accumulato con lo Stato.
I NOMI
Al centro dell’associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale c’erano Gianluca Vivaldi, 50 anni, un passato da ristoratore prima di tuffarsi a capofitto nel mondo delle cooperative, la figlia Alessandra, 34, contabile delle cinque società finite al centro del processo e il cognato Artur Karamuca, detto “Arturo”, 41, nato in Albania prima di trasferirsi a Livorno e riprendere la residenza nel paese di origine per mettere a punto il sistema di frode all’Erario. Il primo è stato condannato in abbreviato a 6 anni e otto mesi di reclusione, Karamuca a sei e la moglie a quattro.
Oltre a loro il giudice ha condannato – sempre in abbreviato – per il concorso in reati fiscali altre otto persone che in molti casi facevano da prestanome nelle varie cooperative per un totale di oltre 32 anni di reclusione. Un anno nei confronti di Iva Boyaova Ivanova, 36, quattro a Sean Vivaldi, fratello di Alessandra e gestore del locale Acquarius, stessa condanna, inclusi i diecimila euro di multa, per Fernando Rusconi, 49. Un anno e quattro mesi per Riccardo Vivaldi, 74 anni, e Yauheniya Abraztsova, 30 anni, residente a Rosignano, due mesi in più a Kleat Kacabumi, 33 anni. Stessa condanna per Irina Likhik, 42 anni. Infine un anno di reclusione nei confronti di Michele Barzagli, 62 anni.
I NUMERI
Una villa a Montenero, diverse supercar tra cui una Jaguar F-Type e una Porsche 911 turbo, un’imbarcazione, orologi, gioielli, oltre a diversi conti correnti per un totale di 8,8 milioni di euro sequestrati lo scorso anno non basteranno a coprire il debito che gli imputati hanno accumulato negli anni nei confronti dell’Erario lievitato e aggiornato a undici milioni di euro.
Ecco perché il giudice Fabrizio Nicoletti, a margine della sentenza, ha disposto la confisca di quei beni rivalutando al rialzo l’evasione che adesso dovrà essere coperta da alcuni degli imputati. Per la cooperativa The Salt One, una delle società create per gestire l’appalto di facchinaggio per Bartolini, il giudice ha stimato il debito in 4.750.867 euro che in caso di incapienza dovranno essere coperti dai beni mobili e immobili di Gianluca e Alessandra Vivaldi e di Artur Karamuca.
Stesso ragionamento giuridico per la BB Shipper per cui il debito è stimato in 2,27 milioni di euro. Ancora più alta la contestazione nei confronti della New Long Service che è arrivata alla somma complessiva, tra interessi e sanzioni, di 3,79 milioni di euro che in caso di mancanza copertura dovranno essere ripianati dai tre e da Fernando Rusconi. Infine il giudice ha disposto la confisca degli immobili di Yauheniya Abraztsova per quasi 168mila euro.
IL SISTEMA
Il gioco era semplice: ogni anno – a partire dal 2009 – con nomi di cooperative sempre diversi, gli stessi soggetti riuscivano ad assicurarsi l’appalto del servizio di facchinaggio dal corriere Bartolini con sede Lavoria. Secondo gli investigatori, questo accadeva grazie alla compiacenza di Diego Scarparo, padovano residente a Firenze, e dipendente con un ruolo direttivo nella società (è indagato ma la sua posizione è stata stralciata). Poco importava se le cooperative si chiamavano di volta in volta Asgm, The Salt One, Bb Shipper New Long Service o Fast Time Logistic.
Grazie a diversi prestanome e a un commercialista di fiducia (deceduto due anni fa) gli amministratori incassavano i soldi che l’agenzia versava alle cooperative per l’appalto e dopo aver pagato regolarmente tutti i circa duecento dipendenti, portavano le società a morire senza versare un euro di tasse. Inoltre negli anni le residenze dei principali protagonisti sono state trasferite in Albania oppure a Caserta dove è aperto un altro procedimento. Risultato? Tutto ciò che restava era guadagno pulito e permetteva alla famiglia Vivaldi-Karamuca «di vivere nel lusso più sfrenato». Durante i due anni di inchiesta gli inquirenti hanno accertato per i tre principali indagati circa 4 milioni di euro di soldi spariti. Con questi oltre a supercar e barca sono stati pagati viaggi in mezzo mondo, serate al casinò, cene nei ristoranti stellati e partite di Champions seguite in tribuna vip.
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