Il Tirreno

Livorno

Bruni dalla parte del Chioschino: «Livorno smetta di castigare ogni iniziativa culturale»

di Giulio Corsi
Bruni dalla parte del Chioschino: «Livorno smetta di castigare ogni iniziativa culturale»

Livorno, il regista difende la musica e il cinema sotto le stelle a villa Fabbricotti: «La città non sia ostaggio di questi vivi morti, il nostro provincialismo ci fa male»

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Mi annienta pensare alla mia amata, vitale Livorno, come un luogo ostaggio di queste persone: vivi ma morti, rinchiusi imbalsamati nel vuoto di appartamenti dove immagino imperi solo il sonoro, quello sì, di grandi televisori; e talmente infelici da desiderare che fuori da quel vuoto pneumatico, in strada, nei parchi, non ci sia nessuno che si diverte diversamente: ascoltando musica, vedendo film in compagnia».

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Francesco Bruni, livornese, 56 anni, regista, sceneggiatore di tantissimi film di Paolo Virzì ma anche del Commissario Montalbano, vincitore tra gli altri di cinque David di Donatello, ha letto la storia del Chioschino di villa Fabbricotti, dei concerti proibiti nel parco, all’ora dell’aperitivo, a causa dell’esposto di un residente, ha saputo delle proteste contro il cinema sotto le stelle a causa di decibel che disturberebbero la quiete di chi abita nei dintorni. E non ha retto alla voglia di rispondere dalla sua casa di Roma, dove vive e insegna sceneggiatura presso il Centro sperimentale di cinematografia.

Ha scritto un post su Facebook, rivolgendosi a «chi ha il potere di farlo»: «Non lasciate Livorno nelle mani dei morti-vivi. Io ne soffrirei così tanto da preferire di non tornarci più».

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Bruni, il suo post ha ricevuto quasi 3.000 “mi piace”, è stato condiviso da 1200 persone, commentato da centinaia. Magari per uno come lei che in carriera conta milioni di spettatori è routine, ma qui si parla del Chioschino di villa Fabbricotti...

«Guardi, la storia è dilagata in maniera sorprendente anche per me. Le dico la verità: non avevo mai ricevuto 2800 “like”. È un record assoluto».

Ha dato a questo caso un’amplificazione nazionale...

«Credevo che non interessasse a nessuno, solo a me e ai livornesi. E invece non è così. Mi fa molto piacere che se ne discuta. Spero che serva a qualcosa».

La storia gliel’hanno raccontata amici livornesi?

«L’ho letta su internet, sul sito del Tirreno: mi ha fatto ribollire il sangue. Poi ho scoperto che è una persona sola ad aver presentato l’esposto e mi sembra ancora più incredibile. Vuol dire che qualsiasi evento che abbia un’amplificazione sonora può essere bloccato, magari la Barontini, o il Palio: se c’è qualcuno sul percorso a cui dà fastidio non li facciamo più? È assurdo».

Nel mirino c’è anche il cinema sotto le stelle...

«Quando ho letto che contestano anche la presenza del cinema non c’ho più visto...».

Negli anni livornesi era un frequentatore della villa Fabbricotti?

«Da ragazzo c’andavo a studiare, anzi per la verità ci facevo “brucia”. Ma anche ora, quando torno a Livorno, mi capita di andarci ed è di recente che ho scoperto questo chiosco che fa iniziative culturali, mostre fotografiche, presentazioni di libri. Mi sembra uno dei pochi posti dove si fa qualcosa di interessante».

Il titolare lo conosceva?

«Macché. Ci siamo scritti su Facebook, lui mi ha ringraziato e io mi sono impegnato, se ci fosse bisogno, a dare una mano».

E il cinema d’estate?

«Ho ricordi importanti, c’andavo spesso, era una tradizione. Poi l’anno scorso tutte e tre le arene hanno proiettato 4 volte il mio film (Tutto quello che vuoi, ndr), mi ha fatto molto piacere...».

Ha invitato i livornesi ad aderire alla raccolta firme...

«Al mio post hanno risposto in 500, spero che molti di loro vadano a firmare».

E poi fatto un appello a chi ha il potere di evitare lo stop ai concerti e al cinema: si rivolgeva al Comune?

«Il titolare mi ha detto che l’amministrazione comunale lo sostiene. Ho visto che anche l’assessore Belais è intervenuto. Ma il mio messaggio non era assolutamente polemico né politico: non credo che c’entrino le amministrazioni in queste cose, c’entra lo spirito dei cittadini che deve essere diverso».

È un appello alla città, allora...

«Non possiamo essere una città che castiga qualsiasi iniziativa culturale».

Lo siamo? Ha parlato di vivi ma morti...

«Questa sensazione che Livorno sia molto spenta culturalmente ce l’ho. C’è un rinchiudersi nelle case, di fronte ai televisori. Lo vedo in generale, dall’attenzione che c’è nei confronti del cinema, molto scarsa, c’è poca curiosità e voglia di andare a scoprire cose nuove».

Vede un regresso culturale?

«È strano, perché Livorno è sempre stata viva naturalmente, anche a un livello popolare, basta pensare alle compagnie teatrali, ai pittori dilettanti, ai gruppi musicali, alle figure di intellettuali e artisti che abbiamo e abbiamo tirato fuori in questi anni, Virzì, Sardelli, Lenzi. Voi non ve ne rendete conto abitando in città, ma chi sta a Roma è colpito dal fatto che Livorno abbia sfornato artisti e intellettuali di questo livello, tutti quanti di una città così piccola e non certo al centro di questi processi culturali. Gli unici che non lo capiscono sono i livornesi...».

E secondo lei perché?

«Non lo so, io e Virzì per esempio siamo stati accettati da Livorno solamente quando abbiamo celebrato Livorno con Ovosodo».

Sta dicendo che non sappiamo guardare oltre i nostri confini, che siamo provinciali?

«Io la chiamo Livornocentricità: è deleteria. Il livornese si appassiona solo quando parli di Livorno, per certi versi va anche bene, ma un po’ di apertura mentale non guasterebbe: il mondo è grande. E invece c’è una chiusura provinciale e mentale a ciò che succede fuori».

C’è un personaggio dei suoi film che potrebbe specchiarsi in questo residente che vorrebbe bloccare i concerti al Chioschino e i film sotto le stelle all’Arena Fabbricotti?

«Mi può ricordare il Castellitto di “Caterina va in città”: persona livorosa, che ce l’ha con chi fa qualcosa. Anche se quella, per certi versi, era una lettura politica, mentre in questo soggetto immagino solo un grande vuoto intellettuale e umano».
 

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