Il Tirreno

Livorno

Un mondo di dati dentro il “bip” del braccialetto controlla-spazzini

di Mauro Zucchelli
Un mondo di dati dentro il “bip” del braccialetto controlla-spazzini

Livorno, l’esempio di Lucca non è del tutto calzante ma fa capire come si incrociano le informazioni 

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LIVORNO. Il braccialetto elettronico non viene messo al polso degli addetti alla pulizia delle strade per sorvegliarne la produttività né per smagare se il lavoratore va a far pipì, si imbosca a chattare su Facebook o si ferma un po’ troppo al bar per prendere il cappuccino. Lo giura il sindaco Filippo Nogarin: e c’è da crederci, visto che ce la mette tutta ma proprio tutta per convincere che lui, ingegnere smanettone con la passionaccia per l’informatica, non vuole affatto fare di quel congegno un diabolico meccanismo da “Grande Fratello”.

E guai a dirgli che assomiglia al brevetto di Amazon: anche perché il leader M5s Luigi Di Maio era stato uno dei più critici quando era esploso il caso della multinazionale Usa e ne aveva addossato la colpa al Jobs Act di marca renziana, immaginatevi cosa vuol dire se a muoversi in quella scia è una amministrazione-simbolo dei Cinque Stelle a livello nazionale.

«CE L’HA MEZZ’ITALIA». Ma siccome è riuscita soltanto a metà la strategia di dire che Amazon è qualcos’altro, ecco che adesso dal quartier generale di Palazzo Civico si punta ad accreditare l’idea che quell’apparecchio tecnologico «ce l’ha mezz’Italia», come dice Tommaso Tafi, portavoce del sindaco. Poi, alla richiesta di dare l’identikit di cos’è quel “mezz’Italia”, non si va più in là di: 1) Lucca con Avr; 2) Lecco con Monteco; 3) Brianza e hinterland milanese con Cem Ambiente; 4) Udine con Net. E via Twitter Marco Galigani, capogruppo pentastellato a Palazzo Civico, aggiunge Agrigento.

Un po’ poco per esser “mezz’Italia”. Anche se in altri settori, come ad esempio la logistica, è tutt’altro che episodica la diffusione di questi strumenti tecnologici. Del resto, il percorso di ciascun furgoncino così come di ogni camion Aamps è sorvegliato dall’occhio elettronico del Gps. Lo hanno a bordo ormai decine di migliaia di veicoli di ogni tipo: sa in ogni momento dove quel tal veicolo sta transitando, se si ferma e per quanto, magari mandando un segnale d’allarme se la sosta è prolungata o se eventualmente lascia una rotta prestabilita.

BRACCIALETTI PRESI A CASO. A riprova del fatto che il braccialetto elettronico non viene utilizzato come super-controllore degli spazzini, i “registi” di questa strategia dell’amministrazione tengono a sottolineare che il braccialetto non identifica il singolo lavoratore perché all’entrata in servizio viene dato a caso. Quanto a caso? Facciamo l’ipotesi più filo-Nogarin: mettiamo che gli addetti prendano il congegno da una scatola dove ne sono ammucchiati a decine. Un po’ come facciamo con l’audioguida in un museo: nessuno sa chi ha preso questa e chi quella. Ma dal cestino, nel “dialogo” con il braccialetto dello spazzino, arriva il segnale per il “bip”: quel braccialetto (al polso di un addetto senza nome) registra il passaggio davanti al cestino e il presumibile svuotamento. Poi i dati verranno scaricati nell’apparato ricevente per analizzare quali cestini sono stati svuotati e quali no (e in quali orari, secondo quanto viene riferito da fonti di primo piano di Palazzo Civico).

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L’INCROCIO DEI DATI. Davvero è così difficile dare un nome a chi ha al polso quel tal braccialetto? Difficile crederlo: basta incrociarlo con il tabulato che precisa la suddivisione degli incarichi e delle zone di quel giorno.
Non c’è bisogno di immaginare scenari da cyberspioni dei big data tipo Cambridge Analytica (che pure abbiamo in questi giorni scoperto essere tutt’altro che fantascienza): proprio a Lucca sono stati utilizzati i dati registrati da questa stessa società (Avr) con questa stessa tecnologia, li hanno incrociati con l’anagrafe dei residenti e sono saltati fuori i furbetti che volevano evadere la tassa rifiuti. Macché genietti ultra-nerd e 007 da James Bond: è stato sufficiente un team di impiegati municipali per far parlare fra loro queste due banche dati, utilizzarne operativamente gli incroci e passare all’incasso su 2.600 posizioni.

PARAGONE ZOPPICANTE. Proprio il riferimento di Lucca però ci porta a scoprire che non sembra del tutto azzeccato – anzi, lo è assai poco – il paragone con quel che avviene in quella città per giustificare che gli spazzini livornesi hanno torto a lamentarsi. Già, perché lì il bracciale viene utilizzato nella raccolta porta a porta: mediante il “bip” ottenuto dalla “tag Rfid” del bidoncino dell’indifferenziata, registra quante volte quel singolo utente ha utilizzato il servizio della raccolta di tutto quel che non ha differenziato negli altri giorni. Se conferisce meno spazzatura indifferenziata, e dunque a seconda di quante settimane salta lo svuotamento del bidoncino, ecco che quella famiglia ottiene uno sconto rispetto alla tariffa piena.

Non c’entra dunque lo svuotamento di cestini da parte di ciascun addetto bensì, semmai, lo sconto che ogni utente ottiene in base a quante volte il bidoncino di indifferenziata viene messo fuori dalla porta di casa in un anno. E, a fare i precisini, non riguarda solo una piccola fetta di Lucca che vale quanto un paese di 23mila abitanti: la metà di Rosignano e Collesalvetti.

IL “BIP” È SUL FURGONE. Nel resto del territorio lucchese la raccolta dell’indifferenziato avviene da parte della società Sistemambiente (controllata al 62% dal Comune di Lucca con la Daneco Impianti, ex Danieli-Tecnimont socio di minoranza): anch’essa ovviamente deve contare i bidoncini dell’indifferenziata per ogni famiglia. Ma lo fa senza bracciale: il congegno è sul camioncino e ottiene il “bip” al momento dello svuotamento (e se fosse in tilt c’è la possibilità di supplire con un lettore elettronico da impugnare).

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