Gioco
«Non solo verità vogliamo avere giustizia»
I familiari: «Nebbia squarciata dall’inchiesta ma non ci basta, continueremo a lottare»
LIVORNO. «La senatrice Sara Paglini mi ha promesso che presto arriveremo alla verità e che potremo riporre questo striscione che da 27 anni portiamo in giro per l'Italia con orgoglio e dolore. Ma noi questo striscione non lo riporremo mai, neanche di fronte alla verità. Insieme alla verità, infatti, pretendiamo la giustizia. Solo così potremo chiuderlo definitivamente».
Ha gli occhi lucidi Loris Rispoli mentre guarda in faccia i parenti delle vittime del Moby Prince. Quest'anno il suo primo pensiero è stato ai due operai che due settimane fa hanno perso la vita nel porto di Livorno. Ed è a loro che si sono rivolti tutti quelli che hanno preso la parola. «Non è possibile morire per lavorare – ha detto Raffaele Cirillo, padre di Ciro, un marinaio che morì sul Moby –. Mio figlio si imbarcò su quella nave e non è più tornato a casa. Vorrei guardare negli occhi Onorato e Albanese per dirgli che mi hanno rovinato la vita. In Italia giustizia e sicurezza sul lavoro non esistono. Sulle navi, così come nei cantieri, si pensa solo al profitto e chi ci rimette sono i lavoratori».
In Comune si è svolta una cerimonia diversa dalle precedenti. Dopo che una commissione parlamentare ha stabilito che in quella maledetta notte non è stata colpa né della nebbia né di una partita di calcio alla tv. Dietro alla collisione tra la petroliera Agip e il Moby Prince c'è altro. «Lo hanno definito il più grande disastro della marineria italiana - ha detto il sindaco Filippo Nogarin - ma io lo ribattezzerei come una vera e propria “strage” che purtroppo è rimasta impunita. Per anni la verità è stata tenuta chiusi negli armadi della vergogna in modo omertoso. Ma grazie al lavoro della commissione oggi quella nebbia che avvolgeva il Moby da 27 anni si è finalmente diradata e ha lasciato il posto alla speranza».
Nonostante il lavoro della Commissione sono tante ancora le domande senza una risposta. «Il nostro - ha aggiunto Rispoli - è un lungo percorso di dolore. Quando entrammo in quella sala di tribunale, capimmo subito che “la giustizia è uguale per tutti” è solo una frase appesa su un muro. In Italia non è così. Ho nel cuore l'immagine delle due bambine pisane, di 1 e 5 anni, morte mentre abbracciavano i genitori, urlando. Questa immagine dovrebbe essere dentro ognuno di noi e deve fare luce a chi vuole giustizia. Purtroppo, invece, nell'opinione pubblica è ancora diffusa la convinzione che quella notte qualcuno se l'è cercata perché guardava la partita. Non è andata così. Noi non accetteremo mai la prescrizione perché le stragi non vanno in prescrizione».
Finito il discorso di Rispoli, in molti si sono alzati per applaudire. Così come tutti hanno apprezzato il discorso del figlio del comandante, Angelo Chessa. «Un anno fa eravamo ottimisti, oggi finalmente possiamo dire che la nebbia si è diradata. La commissione ha stabilito che la petroliera era ancorata in una zona vietata, che il suo carico non è ancora noto, che la nebbia non è causa della collisione, ma che il traghetto ha cambiato rotta prima dell'urto. Inoltre possiamo dire che siamo nel doloso, perché, a differenza di quanto si è creduto in passato, dopo l'urto non c'è stato nessun soccorso. Ma dopo più di un'ora c'era gente ancora viva. Nonostante i tentativi di camuffamento delle prove, adesso finalmente siamo vicini alla verità».
Dopo gli interventi dei parenti delle vittime e le parole di solidarietà portate da Marco Piagentini, in rappresentanza di chi ha perso i familiari nella strage di Viareggio, a chiudere il pomeriggio è stato il presidente della commissione parlamentare, Silvio Lai. «Rispetto agli anni scorsi, oggi possiamo guardare al futuro con più ottimismo. Ciò che prima sembrava solo un anelito dei familiari, adesso è dimostrato che è vero. Inoltre abbiamo appurato che l'attività di indagine fu condizionata e portata verso quel punto per oscurare ciò che accadde realmente. È per questo che non abbiamo voluto coinvolgere i corpi dello stato che erano già stati parte attiva in passato, ma ci siamo affidati soli a guardia di finanza e carabinieri. Da questa vicenda ci sono insegnamenti importanti, noi vogliamo arrivare alla verità, non solo giudiziaria, ma anche etica e morale, restituendo l'immagine pulita delle istituzioni all'Italia intera».
Oggi alle 16, nell’aula magna del liceo scientifico Enriques gli studenti della 5ªF chiuderanno le iniziative dedicate all’anniversario del Moby portando in scena la rappresentazione “Noi abbiamo visto” dalla poesia con cui l’anno scorso hanno vinto il premio Bolognesi.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
