Gioco
«Dall’inchiesta la realtà non la vendetta»
27 anni fa monsignor Razzauti fornì il suo conforto ai familiari, ieri ha celebrato la funzione in duomo: «Dolore indelebile»
LIVORNO. «Passai quei giorni terribili a fianco dei familiari distrutti dal dolore, accanto alle salme carbonizzate delle 140 vittime. Quel gigante di metallo fumante che entra in porto trascinato dai rimorchiatori, le salme allineate in quel capannone, sono per me ricordi indelebili». Monsignor Paolo Razzauti c’era 27 anni fa e c’è oggi.
È lui a commemorare in Duomo l’anniversario dalla tragedia del Moby Prince, uno dei momenti più difficili del suo lungo mandato apostolico.
Poco dopo i dodici rintocchi del campanile inizia la funzione religiosa. Alla destra dell'altare, nel transetto est, sono allineati i gonfaloni di rappresentanza, davanti nelle prime panche siedono le autorità cittadine e i rappresentanti della società civile, un gruppo familiari delle vittime occupa la navata. Non c'è invece Loris Rispoli, presidente dell’associazione "Io sono 141", rimasto fuori dalla chiesa per tutta la durata della funzione: «L'Italia non dimentica, lo dimostra con tante manifestazioni. Guardiamo chi c'è, e non chi manca», dirà più tardi al nostro taccuino, riferendosi all'assenza annunciata del vescovo Simone Giusti (trattenuto da precedenti impegni), aggiungendo poi che «lui è più distante - rispetto a don Morosi, fianco a fianco con Rispoli in molte iniziative negli anni - ma se non altro la sua presenza avrebbe fatto bene ai livornesi».
Dentro la chiesa monsignor Razzauti ha scelto per l'omelia un brano dagli Atti degli Apostoli, per sottolineare l'importanza della coesione e il valore della comunità nel momento del bisogno, accostando il Moby Prince all'alluvione dello scorso 10 settembre: «Quando succedono certi fatti dire "mai più" non è sufficiente», sottolinea con forza dall’altare.
«Servono leggi da far rispettare ed occorre l'impegno quotidiano di ciascuno di noi in un tempo che ci vorrebbe egoisti e concentrati solo sui nostri bisogni», aggiunge Razzauti. Impegno che lui stesso mise in campo in quei giorni febbrili del 1991, su mandato del vescovo Alberto Ablondi per portare conforto ai vivi, a coloro che ricevettero il grave compito di sopravvivere ai propri cari.
Sceso dall’altare, i ricordi di don Razzauti si aprono alla commozione: «Ricordo lo strazio di una giovane donna incinta che aveva perso un familiare, le parole scambiate con il sottosegretario Valdo Spini e negli anni seguenti gli incontri col Presidente Carlo Azeglio Ciampi - racconta -. Ricordo momenti di tensione fra i parenti dei passeggeri e dell'equipaggio, nel tentativo rabbioso di trovare un colpevole per il dolore che stavano provando a causa di una normalità devastata. Ricordo giorni intensi, di tristezza e sofferenza mai sanate in ventisette anni».
Confida comunque nella nuova inchiesta il Monsignore, ed invita i convenuti a celebrarne l'istituzione «purché porti a verità e responsabilità, e non vendetta; ma finalmente giustizia» aggiungerà infine.
Al termine della funzione monsignor Razzauti si intrattiene con l'assessore regionale Cristina Grieco e il consigliere Francesco Gazzetti «con i quali c'è un legame particolare» accompagnato dalle note del Salve Regina, e poi ancora con Rispoli oltre il sagrato di piazza Grande.
«Una donna mi si è avvicinata, dicendo di essere la madre di una delle vittime e di ricordarsi ancora di me», racconta poi, quasi sottovoce. «Ci siamo abbracciati».
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