Il Tirreno

Livorno

Alzheimer, i pazienti fuggono verso i ricordi felici

Gian Ugo Berti
Un’immagine artistica della mente
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Un’immagine artistica della mente

Molte persone cancellano il presente e ricordano l’infanzia «Perciò di notte si alzano, si vestono e vogliono andare a casa

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LIVORNO. Era ancora un bambino, Giuseppe, quando con la famiglia venne al Nord negli anni del boom economico. Via dal Sud, dove la famiglia viveva da generazioni, coltivando la terra, allevando animali. Il distacco non fu facile: il bambino conosceva appena la piazza del paese, con al centro la statua di Garibaldi.
Da quella partenza sono passati 40 anni. La scuola, il diploma, il posto di lavoro, le amicizie, il matrimonio e i figli. Poi Giuseppe era invecchiato. La mente iniziò a cambiare. Furono i familiari a rendersi conto che Giuseppe stava diventando un’altra persona: assente, non li riconosceva più. Medico, analisi, viste specialistiche. La diagnosi: Alzheimer. Giuseppe divenne violento, pericoloso per sé e per gli altri. Le medicine non sortivano effetti. Era un problema gestirlo. Telefonarono ai parenti al paese per metterli al corrente. Un’anziana zia disse: «Portatelo giù, stare con gli amici d’un tempo, vedere le immagini del paese, forse gli farà bene». Fu tentata quella soluzione.

Oggi Giuseppe, vive con una nipote. Sta meglio, è calmo, sereno, al di fuori del tempo e dello spazio, ma si muove liberamente fra casa, piazza, chiesa. Passa il tempo guardando la statua di Garibaldi, s’incammina per le viuzze che portano in campagna. Quando suonano le campane del mezzogiorno, torna da dove è venuto. Tutti lo conoscono e lui risponde con un sorriso ai sorrisi. Spiega Ubaldo Bonuccelli, direttore dell’unità operativa di neurologia dell’azienda ospedaliera universitaria pisana: «Sul piano pratico ancora non abbiamo armi efficaci e la storia di Giuseppe è esemplare. Piano piano, come il cervello si destruttura, le funzioni cognitive sono compromesse e, con esse, la capacità di compensare e gestire le ansie della vita moderna, la sistemazione dei figli, il lavoro, lo stress della pensione. Il comportamento diventa aggressivo e reattivo a ogni minima frustrazione e la persona, ormai incapace di riflettere, reprimere l’ansia e l’aggressività, vede il mondo e gli altri come nemici e si difende fuggendo sempre di più dalla realtà ostile, rinchiudendosi nell’apatia o nella fuga vera. Spesso il paziente cerca la casa dell’infanzia e, nella notte, si alza, si veste e vuole andare lì, urlando che la casa dove vive magari da 50 anni non è la sua. I ricordi, fissati nel cervello di un’infanzia serena, gli prospettano una possibilità di vita migliore, cancellando d’un tratto le ansie di decenni di lavoro. Giuseppe sta bene al paese natio, dove i luoghi stampati nella sua mente da bambino e quindi quasi indelebili, lo rasserenano, dove la vita è semplice e niente gli ricorda gli stress del nord».

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di Redazione web