Il Tirreno

Livorno

«500 euro per 6 mesi, poi tutto come prima»

«500 euro per 6 mesi, poi tutto come prima»

Una delle beneficiarie del primo bando: «Quei soldi? Per un po’ mi hanno fatto comodo, ma alla fine niente lavoro e stessi problemi»

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LIVORNO. «Per carità, mi hanno fatto comodo quei 500 euro al mese, ed è stato bello darsi da fare sorvegliando i parchi. Ma dopo il lavoro non c’è stato e sono rimasta a casa con due figli piccoli. Finiti quei sei mesi, mi sono trovata con gli stessi problemi, senza più soldi e senza un’occupazione». Parla tutta d’un fiato Cinzia Caponera. Nel 2016 è stata tra i primi livornesi a sperimentare il reddito di cittadinanza in chiave comunale. Ha partecipato al bando-pilota che ha garantito 500 euro al mese, per sei mesi, a cento famiglie. E c’era anche lei quando nel giugno di due anni fa il sindaco Filippo Nogarin dichiarò a un inviato de La Stampa: «La platea si allargherà» e «l’ambizione è di estendere il reddito di cittadinanza a duemila persone entro fine mandato, sperando che nel mentre qualcuno trovi lavoro e non ne abbia più bisogno. Se un livornese non ha da mangiare, devo aiutarlo. Altrimenti non potrei più guardarmi allo specchio».

Ma come ha funzionato quell’esperienza per chi l’ha vissuta. E cosa ne è stato poi? «Passati quei sei mesi mi sono trovata di nuovo senza più soldi e senza lavoro. Il progetto è morto lì. Finiti i sei mesi è finito tutto», risponde oggi la donna. Come alla vigilia del bando di due anni fa, è senza un’occupazione, se si esclude «qualche lavoretto da dieci euro al giorno». Anche il marito fa qualche lavoretto, ma niente di stabile.

Prima di partecipare al bando del reddito di cittadinanza aveva lavorato per due anni in una casa di accoglienza, «ci sono entrata con la borsa lavoro, poi però quando è stato il momento di farmi il contratto fisso...». Ha perso il lavoro, ha perso la casa. Ha deciso di occuparne una con la famiglia a Shangai. «Sono stata fortunata perché abbiamo partecipato in tanti al bando, quasi mille, e sono entrata tra i cento». Per un po’ «non c’è stato più da segnare la spesa nei negozi». Ma «alla fine sì, sono delusa, perché il lavoro non è arrivato». E anche se non è per trovare un contratto che è nata la misura, la speranza era evidentemente che il cerchio si chiudesse e la vita non tornasse come prima.

Finiti i soldi del reddito di cittadinanza questa famiglia, come molte altre del primo bando M5s, non ha partecipato al secondo e ha fatto domanda per la “Sia”, il sostegno varato dal governo, poi diventato “Rei”: «In Comune mi dissero che si doveva dare possibilità ad altri e comunque l’altra tesserina sarebbe durata un anno». La domanda è stata accettata e nel 2017, ad aprile, sono iniziati ad arrivare dall’Inps 720 euro ogni sei mesi: non in contanti, ma in una carta acquisti per fare la spesa. Nel passaggio al Rei, però, il meccanismo si è interrotto: «Abbiamo fatto domanda, ora aspettiamo da quattro mesi...».

Nei sei mesi di riscossione del reddito di cittadinanza anche Cinzia ha partecipato al progetto di Reset, l’associazione vicina al M5s che nel 2016 ha stipulato una convenzione ad hoc con il Comune. «Facevamo servizio di vigilanza nei parchi, – racconta – io ero addetta alla zona delle Sorgenti. Se vedevamo qualcuno che entrava con il cane gli facevamo presente che non stava rispettando le regole, ma senza insistere. Se vedevamo una cartaccia per terra stava alla nostra coscienza gettarla nel cestino. Segnalavamo danni ai tombini o ai giochi. Andavamo nei parchi 4 ore tutti i giorni. No, non tutti lo facevano, ma nel mio gruppo sì». Oggi ringrazia anche la Comunità di Sant’Egidio, che una volta al mese dà «un grande aiuto» con i pacchi alimentari. «Io? Non credo più a nessuno».

Juna Goti

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