Gioco
Livorno, la parabola del reddito di cittadinanza alla livornese
Dai 500 euro mensili per sei mesi del 2016 l'amministrazione comunale M5s ora cerca con fatica i fondi per passare a 200 euro al mese per un anno
LIVORNO. Era il 23 dicembre del 2015: Luigi Di Maio, “Gigi” come lo chiamano tra i corridoi di Palazzo Civico, postò su Facebook la foto della ventinovenne assessora al sociale Ina Dhimgjini per annunciare che Livorno, «prima città in Italia», aveva «dato il via al bando per il reddito di cittadinanza comunale». È una misura, scrisse, «che esiste in tutta Europa e che consentirà a chi non ha un reddito di percepire 600 euro al mese in cambio di formazione e inserimento professionale». Da quel giorno è tanto vero che Di Maio è diventato il capo politico dei pentastellati quanto è vero che il reddito di cittadinanza è diventato il vangelo del Movimento. Ma come ha funzionato nella città che lo ha sperimentato? E come starà in piedi quest’anno, visto che nel bilancio del Comune per ora c’è la metà delle risorse?
Se nel 2016 la giunta di Filippo Nogarin ha sperimentato una misura da 500 euro al mese per sei mesi per cento famiglie, quest’anno sta cercando con fatica di trovare i soldi per dare 200 euro al mese per un anno a 170 persone. Nel 2016 il Comune ha coperto il reddito con 300mila euro, nel 2017 è arrivato a 400mila, nel 2018 per ora ha previsto appena 282mila euro (200mila per la misura). C’è scritto nero su bianco non solo nelle pieghe del bilancio di previsione, ma nella proposta firmata dal dirigente del settore politiche sociali che pochi giorni fa è transitata dalla giunta: la proposta degli uffici per il 2018, vista la coperta più corta, è di dare a 400 persone un contributo da 500 euro all’anno da erogare in due tranche semestrali di 250. Tutt’altra cosa dalle intenzioni sbandierate nel 2015.
Ecco perché Dhimgjini dice subito al Tirreno che «quella proposta è sospesa perché l’amministrazione vuole aumentare il budget, portandolo a 450mila euro, per mantenere gli stessi standard». Ok, ma come? «Non taglieremo voci di bilancio», promette. E allora? «Dobbiamo recuperare un credito dall’Asl per i servizi di ristorazione che il Comune ha fatto nelle Rsa che sono passate in carico all’azienda sanitaria». «Nella speranza che tra poco ci sia un reddito di cittadinanza nazionale e non più comunale», premette l’assessora sognando un governo M5S mentre al Colle sono partite le consultazioni, «per il 2018 stiamo pensando a una misura su base annuale: 200 euro al mese per 170 famiglie». Facendo un mistone, per accedervi, tra i criteri adottati nel 2016 e quelli del 2017. «Entro metà mese pubblichiamo il bando», promette. Ma nel frattempo, in attesa della gara, il reddito di cittadinanza si è fermato. Quello che ha continuato a funzionare da gennaio sono le borse lavoro, i sostegni collaborativi e il nuovo Rei, l’altro Reddito – di inclusione – varato dal governo (che prevede progetti personalizzati di riattivazione sociale). Perché una cosa va detta: se da una parte la giunta M5S ripete come un mantra di avere allargato la platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza, dall’altra la misura è rimasta in piedi accanto ad altri sostegni varati dallo Stato.
Quando nel 2014 i Cinque Stelle hanno vinto le amministrative, sul fronte dell’assistenza agli indigenti non hanno trovato il deserto. Lo spiega nel dettaglio la memoria storica dell’ufficio marginalità e famiglia, la responsabile Paola Carletti. Semplificando, tra il 2013 e il 2015 le misure principali a disposizione erano i contributi continuativi (che per qualche tempo sono stati erogati con le social card, che erano tracciabili), i contributi finalizzati (ad esempio per pagare le bollette), le borse lavoro e i sostegni collaborativi. In tutto circa 675 persone in carico, secondo i dati degli uffici. Il pacchetto più sostanzioso era quello delle ex social card: 400mila euro da liquidare ogni tre mesi a 500 volti (per 800 euro all’anno). La grande differenza tra il prima e il dopo, sta nel fatto che nell’era pre-stelle gran parte di queste misure passavano dalla valutazione degli assistenti sociali.
Quando nel 2016 è stato sperimentato per la prima volta il Rdc «tutte le altre misure sono rimaste invariate», spiega la responsabile. «Si sono aggiunti i 300mila euro – dice Dhimgjini – che abbiamo ricavato da economie di bilancio, rimettendo a punto convenzioni, gare e servizi». A dire il vero il passaggio non è stato indolore perché si è tradotto anche in tagli per il terzo settore.
Sta di fatto che al primo bando si sono presentati in 997 per cento posti. Tra i requisiti richiesti: essere residente nel comune da almeno 5 anni, avere un’età compresa tra i 35 e il limite della pensione, essere disoccupato e avere un Isee familiare non superiore a 6.530 euro. Il sistema di attribuzione del punteggio è stato studiato per andare prima di tutto incontro alle famiglie.
Nel 2017 è cambiato tutto. Il governo ha tirato fuori il Sia (poi diventato Rei): tra gli 80 e i 400 euro dati dall’Inps. «Ci siamo accorti che la platea di coloro che ne avrebbero beneficiato (circa 500) sarebbe stata la stessa del Rdc». Così i 400mila euro messi a bilancio dal Comune per il Rdc si sono mangiati i soldi delle vecchie social card e sono stati rivisti i criteri per assegnare i punteggi (ad esempio abbassando l’Isee a 3mila euro). Chi magari era 257° si è ritrovato primo. Le domande al Rdc sono state 651, la graduatoria è scorsa fino al numero 499 (su più di 350 beneficiari, perché la misura non era cumulabile con altre). E la nuova regola è stata questa: 220 euro al mese per nove mesi alle famiglie da 3 persone in su, 150 euro al mese alle coppie e 80 euro ai single (per loro quasi un reddito alla Renzi...).
Ma quello che forse in pochi sanno, mentre a Roma tiene banco la partita M5S-Lega, è che dei 400mila euro spesi nel 2017, 300mila sono arrivati dalle casse comunali e 100mila dal ministero. Come? Come contributo per la presenza dei profughi in città.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
