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«Volevo gambizzarlo» condannato a 6 anni per la follia al circolo
Riqualificato il reato contestato a Stefano Palandri da tentato omicidio a lesioni gravissime. Dubbi sul movente
LIVORNO . «Non volevo ucciderlo, ma lasciarlo su una sedia a rotelle». Stefano Palandri, 50 anni a dicembre, lo ha confidato anche al perito nominato dal Tribunale durante uno dei colloqui che dovevano accertarne la capacità di intendere e volere.
In particolare riguardo a ciò che è avvenuto la sera del 30 maggio dello scorso anno quando dopo una discussione con un altro cliente nella sala del circolo Arci Carli Salviano, in via dei Pelaghi, è andato a casa, ha imbracciato un fucile Beretta calibro 12 detenuto illegalmente, per poi tornare e sparare un colpo alla gamba sinistra di Paolo Civitillo, 32 anni, prima di essere disarmato e arrestato dalla polizia al termine di una fuga durata qualche ora.
A distanza di meno di un anno da quella notte di follia Palandri – dichiarato parzialmente semi infermo di mente – è stato condannato in abbreviato a sei anni di reclusione a cui va aggiunto l’anno che dovrà trascorrere successivamente in una struttura riabilitativa per malati psichiatrici. «Un tempo – spiegano dalla Procura – che potrà essere prolungato in base alle condizioni psicologiche».
A determinare una condanna finale inferiore rispetto a quella richiesta dalla pubblica ministero Fiorenza Marrara – nove anni di reclusione – la riqualificazione del reato: da tentato omicidio a lesioni gravissime. Oltre alle contestazioni che riguardavano il porto abusivo di arma e alla detenzione di una sorta di arsenale nell’abitazione dove viveva con la famiglia.
Insomma – secondo il giudice Antonio Del Forno – Palandri non voleva uccidere. «Si tratta di una sentenza che è riuscita a fare chiarezza su quanto avvenuto», spiega dopo la lettura del dispositivo l’avvocato Massimo Gambacciani che difende il quarantanovenne.
Tra le pene accessorie, il giudice ha anche disposto l’interdizione in perpetuo di Palandri dai pubblici uffici e stabilito un risarcimento di 50 mila euro nei confronti del ferito che da quel giorno non è mai più riuscito a camminare.
Ora nonostante la sentenza che mette un punto sulla storia processuale di questa vicenda, restano i dubbi sul movente che ha spinto il quarantanovenne a sparare. Sul capo d’imputazione, la Procura spiega come si sia trattato di «futili motivi». Ipotesi confermata anche da alcuni testimoni che hanno raccontato come prima della fucilata i due si fossero a malapena parlati.
«Era venuto poco dopo le 21 – ha spiegato un testimone – e aveva due proiettili in tasca. “Uno è per gli uccelli, questo più grande lo uso invece per uccidere le bestie”, mi ha detto. Inizialmente non ho dato troppa importanza a quelle parole, anche perché lui va spesso a caccia, ma quando ho sentito lo sparo...»
Che cosa abbia scatenato quella follia è un dubbio che neanche gli accertamenti disposti dalla Procura ed effettuati dalla squadra hanno risolto.
Dai tabulati telefonici, infatti, non sono emersi contatti tra i due nei giorni precedenti allo sparo che potessero far pensare a un appuntamento. E nemmeno dalle intercettazione disposte all’indomani del ferimento sono emersi elementi che potessero indirizzare gli investigatori verso una strada diversa.
Ecco perché a distanza di quasi un anno la fotografia giudiziaria di questa vicenda racconta di un uomo con problemi psicologici ma che a casa deteneva un arsenale illegale ereditato dal padre: sentendosi preso in giro o forse in pericolo ha imbracciato il fucile e segnato per sempre il futuro di un trentenne.
@fedelazzotti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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