Italia
Idea: Darsena Petroli 2,7 chilometri più in là
Ma il piano dell’Authority è stato spostato all’ultima fase
LIVORNO. Nel raggio di un paio di chilometri dal serbatoio in cui sono morti due operai in porto se ne contano altri 211: non tutti contengono sostanze infiammabili o a rischio, ma trovarne in media uno ogni 75 metri nella striscia fra l’Aurelia e il Canale Industriale costringe ad alzare lo sguardo sull’«elevato rischio di incidente industriale rilevante» sotto il segno di un potenziale effetto domino che “contagerebbe” l’emergenza da un serbatoio all’altro amplificandola.
QUELLA NOTTE SALTÒ
IN ARIA LA FABBRICA
Il rischio c’è e non è solo potenziale: ce l’ha ricordato la morte degli operai nell’impianto zolfo 2 alla raffineria nel’95, e otto anni prima ce l’aveva già fatto sapere la strage di lavoratori dell’Italso (e il tam tam delle tute blu di questi giorni racconta che solo il coraggio dei lavoratori andati a chiudere una valvola ha evitato che l’incidente assumesse dimensioni apocalittiche).
Sull’altro piatto c’è il fatto che adesso, dopo che la crisi dell’industria dell’auto si è inghiottita nel nostro territorio due fabbriche intere come Delphi e Trw (e complessivamente 900 posti di lavoro secondo un dossier della Regione), il polo petrolchimico a nord della città vale come “serbatoio” anche in un altro senso: è in queste aziende che lavorano poco meno di 1. 500 addetti, indotto compreso.
IL SINDACO NOGARIN
E IL POST SU FACEBOOK
È il sindaco Filippo Nogarin ad aver posto il problema dell’ «opportunità di delocalizzare questo tipo di attività e non soltanto in aree più isolate», come posta sulla propria pagina Facebook ma precisando di voler rimandare questa discussione a «un secondo momento» perché ora sono i giorni del dolore. Chissà cosa ha in mente il sindaco: anche perché l’altolà ad ogni ulteriore consumo di territorio al centro della sua idea di Prg dice che la soluzione non può essere cercata in qualche angolo dell’entroterra purchessìa, non foss’altro che per il fatto dell’esigua estensione del territorio municipale al di fuori dell’abitato.
L’alternativa c’è, non guarda verso terra bensì verso mare: e l’Authority – presidente Stefano Corsini, segretario generale Massimo Provinciali, responsabile dello staff etcnico Enrico Pribaz – ci sta lavorando da un po’. Non riguarda lo spostamento dei serbatoi di stoccaggio ma l’abbattimento del rischio derivante dall’andirivieni delle gasiere all’interno di un porto che ha un canale d’accesso dal quale sono transitate lo scorso anno 4.089 navi, secondo i dati forniti dall’ammiraglio Giuseppe Tarzia, comandante della Capitaneria di porto, illustrando l’ordinanza per allargare i limiti fisico-geografici delle banchine: 1.878 le navi dirette in Darsena Toscana, 935 alla Darsena 1, 156 alla Calata Bengasi, 78 alla Darsena Ugione. Oltre alle 1.042 destinate a quel “budello” a fondo cieco che è il Canale Industriale, largo 92 metri e lungo 1.007.
IL NUOVO IDENTIKIT
DELLE BANCHINE
Di cosa si tratta? Di un nuovo assetto del porto che metta in preventivo l’allontanamento della Darsena Petroli per spostarla più al largo concentrando lì l’arrivo delle navi che trasportano merci pericolose. Lo spazio indicato dal Prg è il più lontano possibile da tutto il resto: tant’è vero che la futura collocazione è a 2,7 chilometri dal Porto Mediceo (e dunque dalla città).
L’idea guida è già nel Prg portuale dei tempi di Giuliano Gallanti, ma la messa a punto è in un documento del settembre scorso che riguarda quella che nel sottotitolo viene definita l’ “Articolazione temporaledegli interventi”: diciassette pagine che mettono fila le vecchie tre fasi diventate ormai quattro.
LA NUOVA DARSENA
PER MERCI PERICOLOSE
Il Prg portuale – che ha avuto il “Bollo tondo” nel 2015 – metteva in elenco nella fase 2 il completamento del “Molo nord” insieme alla «realizzazione delle opere della Darsena Prodotti Pericolosi (comprese le tubazioni che trasportano i prodotti ai rispettivi depositi)». In tale seconda fase erano messo in preventivo il dragaggio a quota meno 13 del bacino di questa darsena dedicata ai prodotti pericolosi (che in un terzo momento sarebbe stata portata a 15 metri di profondità).
Ma, dopo una sfilza di rinvii, è stato indispensabile ridisegnare daccapo sia l’identikit sia le modalità di realizzazione della Darsena Europa, incluso il piano finanziario.
Questo ha portato a una nuova scansione dei tempi, del quale però fa la spese proprio la costruzione della futura Darsena Prodotti Pericolosi. Anziché iniziare nella seconda fase (su tre), eccola indicata in testa agli «interventi da realizzare nella fase 4». Cioè l’ultima. Dedicata praticamente per intero a quest’aspetto: ha in agenda anche il «dragaggio a meno 15 metri del bacino della Darsena Prodotti Pericolosi» (insieme all’area di evoluzione a sud del canale di accesso alla Darsena Europa si tratta di un volume di materiale escavato pari a 2,4 milioni di metri cubi). A ciò si aggiungano le «delocalizzazioni dei terminal prodotti petroliferi» e la «demolizione della parte terminale (60 metri) della Diga del Marzocco».
NEL FRATTEMPO I LAVORI
AL PONTILE 12
Ma il presente, intanto, racconta un’altra storia: in autunno è stato ristrutturato il pontile 12 nell’attuale Darsena Petroli per «arrivare ad avere una banchina in grado di accogliere navi da 200 metri con un pescaggio di 12,5», com’è stato annunciato in ottobre dall’Authority. Al posto di un vecchio molo (con «pile di massi imbasati sul fondo del mare a 4 metri e mezzo»), ecco una nuova infrastruttura lunga 370 metri lineari che offre «un pescaggio quasi tre volte superiore ai livelli precedenti».
Non solo. È sulla rampa di lancio anche un nuovo progetto per realizzare un polo per rifornire di gnl le flotte che presto saranno costrette a modernizzare il proprio apparato propulsore. È una idea da 50 milioni di euro messa in pista dalla società nata dall’alleanza fra Eni, Neri Group e una coppia di trader nel settore gas (Liquigas e Società Italiana Gas Liquidi). Dove? Nella zona degli accosti 12 e 13, praticamente fra la torre del Marzocco e la Darsena petroli.
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