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Tragedia in porto: «Noi che rischiamo la vita tutti i giorni in quei silos»
Livorno, le operazioni negli stabilimenti e i rischi collegati: il racconto dei lavoratori
LIVORNO. Gli sguardi persi nel vuoto, le facce rigate dalle lacrime, le domande che non hanno risposte. Sono nel piazzale della Labromare, al Picchianti, i colleghi di Lorenzo e Nunzio. Occhi lucidi, rabbia, poca voglia di parlare. L’azienda, al di là dello sciopero di ieri dei sindacati, è ferma per il terribile lutto: le attività dovrebbero riprendere nei prossimi giorni, quando la maledetta esplosione di due giorni fa potrà essere leggermente più chiara. «Adesso è il momento del dolore, del silenzio», ripetono anche gli operai di altre ditte del settore, mentre fra i depositi costieri Neri c’è solo silenzio, un silenzio surreale tagliato dai camion che passano all’esterno. «Di solito gli operai vengono durante la pausa, intorno alle 12,30 – spiegano dal bar-trattoria di via Leonardo da Vinci, mentre giornalisti da tutta Italia preparano servizi per le tv nazionali – un caffè, una sigaretta, un po’ di relax. Lorenzo veniva spesso, anche la mattina della tragedia. Non si può morire sul lavoro».
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Alla Labromare, intanto, arriva anche una pattuglia della polizia. I colleghi di Lorenzo Mazzoni e Nunzio Viola, i due operai morti nell’esplosione in porto di mercoledì, sono ancora sotto choc. Neanche loro, che fanno quel lavoro da anni e bonificano serbatoi del genere ogni settimana, sanno spiegare quello che può essere accaduto. «Ci sono indagini in corso, non possiamo dire nulla», taglia corto qualcuno. Tra di loro c’è anche Agostino Salza, responsabile del sindacato Filt Cgil per i settori marittimi, ex operaio in pensione che faceva lo stesso tipo di lavoro sulle petroliere. «Il pericolo esiste, inutile negarlo – spiega – le probabilità che quel pericolo possa diventare un rischio, però, vanno azzerate. E le norme sono basate proprio su questo. Un operaio non è un acrobata o un pilota, un operaio non può rischiare di morire mentre lavora in uno stabilimento». Eppure, nonostante le precauzioni e un controllo reciproco tra gli operai, qualcosa è andato storto. «Prima di iniziare la bonifica – continua il sindacalista – dovrebbe esserci non il 100% di sicurezza, ma il 101%. Stiamo parlando di due operai esperti: Nunzio era ormai un veterano, ma anche Lorenzo faceva questo lavoro da anni in tutta Italia e sapeva benissimo come muoversi». Grazie anche ai consigli e agli insegnamenti di babbo Valsilo, che era in pensione da alcuni anni e aveva lasciato al figlio il posto di lavoro alla Labromare. «È distrutto anche per questo», confidano gli amici di famiglia.
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Ma cosa stavano facendo, in particolare, i due operai? Come funzionano le operazioni di bonifica del silos? Quali sono i rischi? La Labromare, azienda al 50% della famiglia Neri, era stata chiamata dai depositi costieri degli stessi Neri per la pulizia e la bonifica di un serbatoio che conteneva acetato di etile, solvente infiammabile già scaricato dagli operai dell’azienda di via Leonardo da Vinci per essere poi venduto. Pulizia e bonifica, dunque, un’operazione di 3-4 ore che Mazzoni e Viola avevano fatto centinaia di volte. «Gli operai iniziano il lavoro solo dopo le verifiche sulla sicurezza da parte del proprietario del serbatoio – prosegue Salza, in questo caso anche portavoce dei lavoratori della Labromare – la prima operazione, quando bisogna pulire un silos, è quella di svitare i boccaporti, mettere le manichette e aspirare i residui dell’acetato di etile, che finiscono nella cisterna di un autocarro guidato da un terzo operaio. A quel punto, dagli stessi boccaporti, viene fatto entrare l’ossigeno all’interno del serbatoio. Per questa bonifica si usano materiali anti-scintilla, dalla plastica al pvc, passando per gli utensili in ottone o bronzo. L’esplosione è avvenuta quando il lavoro era praticamente finito, dunque nell’aria c’erano ancora tracce di acetato di etile, entrato a contatto con l’ossigeno». E cosa può aver provocato l’innesco? «Sicuramente si è formata una sacca di gas all’altezza delle gambe dei due operai, visto che stiamo parlando di una sostanza più densa dell’ossigeno», risponde il sindacalista. «In questi casi sembra nebbia», spiegano altri esperti del settore. Eppure non sarebbe stato lanciato l’allarme. «Bisogna capire cosa può aver causato la scintilla – chiude Salza – il cellulare, un utensile di un materiale non adeguato e le chiavi sono tutte ipotesi valide ma da verificare. Ogni operaio aveva il suo misuratore di gas, le sue maschere e la sua tuta per quel tipo di intervento. Ecco perché non riusciamo a capire...».
Qualcuno ribadisce che «quei serbatoi sono vecchi e pericolosi», ma per il momento c’è più incredulità per una tragedia che ha spezzato due famiglie. Quella di Lorenzo, il “guerriero” tatuato e innamorato di Benedetta, e quella di Nunzio, nonno speciale e operaio esperto. Vittime di un destino terribile.
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