Gioco
Comprano la casa all’asta ma lo Stato gliela toglie
Gli acquirenti si erano aggiudicati l’immobile quando ancora la confisca non era stata confermata dalla Cassazione: ora rivogliono il denaro investito
LIVORNO. Una signora, mamma di una figlia piccola, per comprare all’asta quell’appartamento in corso Amedeo, nel centro di Livorno, ha addirittura avuto accesso agli sgravi fiscali per la prima casa. Una coppia, invece, aveva scelto quel bilocale di via Sant’Andrea come investimento: affittarlo oggi, per metterlo a disposizione dei figli domani, quando saranno più grandi. C’è poi chi ha tirato fuori migliaia di euro per accaparrarsi uno dei garage di via Marradi convinto che con quello a disposizione avrebbe smesso di girare ogni giorno per trovare parcheggio in centro. Ma non solo, perché la lista delle persone che hanno comprato all’asta un immobile e adesso si trovano beffati, arrabbiati e squattrinati, senza la disponibilità della proprietà e nemmeno i soldi (si parla di decine di migliaia di euro) investiti, potrebbero essere molti di più.
Addirittura una sessantina, vale a dire tutti gli acquirenti che tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 hanno comprato all’asta i beni che un tempo erano di proprietà di Claudio Calvi e della moglie Maria Gioia Filippi. Un impero di oltre sessanta, tra case e garage dislocate tra Livorno e Pisa, e sequestrato dalla Finanza (e poi confiscato) per coprire un debito con l’Erario di circa 12 milioni di euro.
«Si è creata un situazione kafkiana – spiega uno degli avvocati che rappresenta gli acquirenti beffati – da un lato il tribunale ha messo in vendita quegli immobili sapendo che su di essi c’era una richiesta di confisca. Dall’altro, quando la Cassazione ha confermato la sentenza, gli immobili erano già stati venduti. Così, da quel momento sono di proprietà dello Stato, ma ora nessuno vuole restituire a quelle persone il denaro che hanno speso per l’acquisto».
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Ecco perché il 30 gennaio scorso i legali di tre degli acquirenti hanno presentato al giudice del Tribunale un incidente di esecuzione, un procedimento giuridico che serve a verificare che il titolo esecutivo sia esistente ed efficace. A distanza di oltre due mesi, nei giorni scorsi il giudice Marco Sacquegna ha sciolto la riserva. E in pratica ha dato torto ai compratori. Oltre alla complessa questione giuridica nella quale – secondo il giudice – prevale la procedura esecutiva penale rispetto a quella civile, è stata affrontata dallo stesso magistrato anche la questione della buona fede da parte dei ricorrenti. Vale a dire la loro conoscenza, al momento dell’acquisto, che su quelli immobili vi fosse un sequestro funzionale alla confisca.
«I ricorrenti – scrive il giudice – invocano la loro buona fede poiché non potevano conoscere puntualmente il contenuto del sequestro penale loro sommariamente segnalato con l’avviso di vendita. A tal riguardo – va avanti – si osservi che, all’opposto di quanto essi sostengono, i ricorrenti hanno ricevuto idonea informazione dell’esistenza del sequestro con l’avviso di vendita, con la possibilità di esercitare, con piena legittimazione, di diritti all’ostensione dagli atti del procedimento penale, qualora si fossero interessati e diligentemente. L’acquisto – è la conclusione – è pertanto avvenuto con la piena consapevolezza dell’esistenza del vincolo penale».
Eppure, anche nell’avviso di vendita di errori materiali, ce ne erano.Addirittura per quello che riguarda il bilocale era sbagliata l’indicazione del foglio di mappa all’atto della trascrizione del sequestro preventivo. «Nei prossimi giorni – conclude uno degli avvocati degli acquirenti – faremo ricorso per Cassazione. E nel caso in cui ci diano torto anche loro chiederemo i soldi alle banche e ai creditori che si sono messi in tasca i soldi dei nostri clienti dopo la vendita all’asta».
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