Gioco
A Livorno un centro spaziale per i “sassi” del cosmo
Livorno, metà polo di ricerca e metà museo: è l’idea di Kayser e Arcetri
LIVORNO. L’hanno chiamato “Circe” ma non ha niente a che vedere con la dea-maga cantata da Omero, che voleva stregare Ulisse come aveva fatto con gli altri uomini. Ma in realtà l’incantesimo sarebbe ancor più straordinario, visto che parliamo della sigla che individua il centro di ricerca – anzi, con denominazione chilometrica, del “Centro Internazionale di riferimento per la Raccolta, Conservazione, distribuzione ed analisi di materiale planetario di Origine extraterrestre” – in cui far confluire su scala europea i reperti raccolti a zonzo per il cosmo. Ad esempio: detriti recuperati nel corso delle missioni spaziali, campioni prelevati dalla coda di comete o da asteroidi, materiali acquisiti durante le esplorazioni di altri pianeti, meteoriti piombati sulla Terra. L’elenco potrebbe continuare a lungo: da un lato, risalendo a ritroso le briciole di Pollicino lasciate dall’evoluzione del nostro pianeta in milioni di anni dall’origine della vita; dall’altro, esplorando le potenzialità chimico-fisiche di nuovi elementi per utilizzi magari ancora sconosciuti.
Cosa c’entra Livorno? C’entra, eccome: nel mappamondo dell’industria aerospaziale internazionale non saremo celebri come Houston, Cape Canaveral o Baikonur ma Livorno – sì, proprio la Livorno che sembra condannata a essere solo zoccoli e ombrellone, spiritaccio e ponce – è un punto rosso ben conosciuto dentro i laboratori high tech che stanno con il naso all’insù a esplorare il cosmo. Tutta “colpa” della Kayser, l’azienda aerospaziale della famiglia dell’ingegner Valfredo Zolesi, classe 1948, quartier generale all’ex Barcas sulla provinciale per il Gabbro: è una realtà di rango europeo sul fronte delle ricerche in campo biologico in assenza di gravità. Insomma, l’idea non salta fuori dalla fantasia pop di un assessore o di un parlamentare a caccia di notorietà a buon mercato.
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Ha alle spalle un percorso di oltre cinquanta missioni in orbita lungo trent’anni e passa : 1) un susseguirsi di esperimenti a bordo di stazioni spaziali soprattutto per saggiare la reazione del corpo umano a una prolungata esposizione alle radiazioni cosmiche e alla microgravità; 2) la creazione alla sede Kayser di una stazione di controllo della stazione spaziale in orbita 400 chilometri sopra le nostre teste; 3) l’ideazione di una “tv degli astronauti” che, contando sulla rete internazionale dei radioamatori, ha un potente effetto divulgativo nelle scuole; 4) la nascita di un polo che porta qui da noi per le “summer school” di specializzazione nel settore astronauti che calamita esperti da mezzo mondo.
Il progetto è stato messo in campo da Kayser – in tandem con l’Inaf dell’Osservatorio Astrofisico di Arcetri – in una rete di contatti con le istituzioni: il progetto si avvale anche dell’apporto dell’architetto Cariddi Giovanni Graziani. Di cosa stiamo parlando? Di una struttura che nasce come polo di altissima specializzazione sul fronte della ricerca (ma con una forte vocazione alla divulgazione con esposizione e museo) la struttura «dovrebbe essere gestita da 15-20 tecnici altamente qualificati, dotati di specializzazione post-laurea».
È un progetto – viene spiegato – con un costo di 20 milioni di euro nell’arco di cinque anni che avrebbe un effetto virtuoso a catena: rafforzare il distretto spaziale toscano; avere un fabbisogno di 100mila ore di lavoro nel nostro comprensorio nel quinquennio; diffondere la cultura scientifica. La tempistica indicata nel dossier di Kayser: i primi tre anni se ne andrebbero per la costruzione del centro di ricerca; durante il quarto anno dovrebbe decollare la divulgazione delle attività del centro (organizzazione di eventi pubblici presso la struttura, seminari, workshop, dimostrazioni); nel corso del quinto anno si avrebbe l’«avvio operativo delle attività del centro (ricezione dei campioni)».
Dove? La Kayser accetta di mettere a dispsozione le proprie strutture ma non mette veti. L’ipotesi non è solo un bel sogno ad occhi aperti. Gli addetti ai lavori sanno bene che l’Europa dovrà dotarsi di una struttura di questo tipo nei prossimi anni. Ma non c’è solo il nostro Paese in lizza: anche l’Inghilterra della Brexit sta facendo di tutto per cercare di bruciare la candidatura italiana.
Stiamo parlando di un aspetto delle missioni spaziali che già da tempo è sotto i riflettori: a cominciare dalla missione Stardust della Nasa nel 2006 che acchiappò campioni di polvere raccolti dalla coda di una cometa. Quattro anni più tardi è stata l’agenzia spaziale nipponica a prelevare i frammenti di un asteroide. L’Europa conta di lanciare fra due anni la missione MarcoPolo-R, che «per la prima volta in Europa» punterà a prelevare materiale da un asteroide primitivo ricco di carbonio. «Sempre con un grande sogno: verificare – dice Zolesi – la presenza di possibili segni di vita sulla superficie del pianeta in preparazione della missione “Mars Sample Return” che selezionerà e riporterà a terra campioni della superficie marziana per analisi di laboratorio».
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