Gioco
Inchiesta rifiuti tossici, Lonzi e Palandri liberi: «Esigenze cautelari finite»
Livorno, alleggerite le misure anche nei confronti degli altri tre indagati livornesi. La decisione a tre mesi dal blitz della Direzione distrettuale antimafia
LIVORNO . Il 14 dicembre scorso il blitz in mezza Toscana da parte degli uomini della Direzione distrettuale antimafia e gli arresti dei vertici della Lonzi e della Ra.Ri per una presunta associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti e alla truffa aggravata ai danni dello Stato. A distanza di tre mesi i due principali indagati Emiliano Lonzi, 62 anni, amministratore di fatto delle due aziende e Mauro Palandri, 54, responsabile operativo all’interno della Ra.Ri., sono tornati in libertà.
L’ORDINANZA. A deciderlo un’ordinanza firmata dal giudice per le indagini preliminari fiorentino Angelo Antonio Pezzuti. Poche righe, trasmesse via fax agli avvocati dei due imprenditori, nelle quali si comunica «la revoca degli arresti». Il motivo? «La scadenza dei termini della custodia cautelare». Un paio di settimane fa anche gli altri tre indagati livornesi, arrestati sempre a metà dicembre, avevano lasciato i domiciliari, ma attraverso un altro percorso giuridico. Per Stefano Lena, 48 anni, responsabile del piazzale Ra.Ri., Anna Mancini, 62, moglie di Lonzi e considerata dagli investigatori il braccio destro amministrativo del marito e il cognato di quest’ultimo Stefano Fulceri, 49, gli avvocati avevano presentato un’istanza chiedendo al pubblico ministero che coordina l’inchiesta un alleggerimento della misura cautelare. Richiesta accordata ma con alcune limitazioni, visto che nei confronti dei tre sono state disposte misure che vanno dall’obbligo di firma all’obbligo di dimora.
[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.16237927:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2017/12/14/news/traffico-illecito-di-rifiuti-sei-arresti-1.16237927]]
IL RISULTATO. Il risultato appare un paradosso giuridico visto che, ad oggi, Emiliano Lonzi e Mauro Palandri, considerati i principali indagati della maxi inchiesta sono di fatto liberi senza nessun obbligo a differenza delle altre persone coinvolte nell’indagine. «La custodia cautelare – spiega l’avvocato Vinicio Vannucci che difende con i colleghi Laura Formichini e Francesco Di Leo i cinque indagati – è un’eccezione a cui si ricorre in casi estremi. Ed è per questo che il legislatore ha fissato dei termini, il cosiddetto tempo massimo di fase, al di sopra dei quali esse possono scadere, anche a seconda dei reati contestati». C’è anche un altro particolare che giustifica, a livello procedurale, la decisione del giudice. Nell’ordinanza di custodia cautelare, infatti, uno dei motivi per i quali erano stati accordati gli arresti domiciliari nei confronti degli indagati era il pericolo di reiterazione del reato, possibilità che è decaduta dal momento in cui le due aziende sono state sequestrate e gestite, da allora, dal commercialista fiorentino Riccardo Forgeschi.
[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.16253020:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2017/12/18/news/inchiesta-sui-rifiuti-tre-minuti-di-cura-e-l-immondizia-diventava-innocua-1.16253020]]
LE AZIENDE. Proprio la situazione di Ra.Ri. e Lonzi – 65 lavoratori ad oggi sono ancora a casa – è al centro di una sorta di mediazione quotidiana tra gli avvocati della proprietà e la direzione distrettuale antimafia attraverso il custode giudiziale. L’obiettivo è quello di svuotare dai rifiuti i piazzali dissequestrando di volta in volta le aree interessate. Ma non solo, perché a livello investigativo è necessario campionarli per verificare il loro contenuto. Per questo l’incarico è stato affidato a un laboratorio di analisi che via via passa ai raggi x le sostanze. E dunque i tempi saranno lunghi. Intanto l’inchiesta prosegue e ad oggi la Dda non ha ancora notificato la chiusura delle indagini. Una cinquantina le persone nei guai, circa 200 mila le tonnellate che secondo gli inquirenti sarebbero state smaltite abusivamente in due discariche di Rosignano e Piombino, tra il 2015 e il 2016, dalla presunta organizzazione criminale al centro. In questo modo, ipotizzano gli investigatori, sarebbero stati realizzati profitti illeciti per 26 milioni di euro, omettendo tra l'altro di versare 4,3 milioni di euro di ecotasse alla Regione Toscana.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
