Il Tirreno

Livorno

Aiuto, mi si è ristretta la cassa integrazione

di Mauro Zucchelli
Aiuto, mi si è ristretta la cassa integrazione

Un esercito di 5mila lavoratori quasi ex, in 16mila si aggrappano ai sussidi. Zanotti (Cgil): c’è il rischio di una polveriera sociale

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LIVORNO. All’apparenza è una buona notizia: nei dodici mesi del 2017 sono state autorizzate in provincia di Livorno “solo” 6,6 milioni di ore di cassa integrazione. Vengono i brividi a usare la parola “solo”: prima di capitombolare giù nella crisi dei subprime e di Lehman Brothers, si arrivava tutt’al più a un milione di ore (e nella prima metà del decennio scorso anche ben al di sotto di questa soglia). Però è indubbiamente diminuito il ricorso alla cassa integrazione rispetto al boom 2016 con 9,7 milioni di ore.

Stessa musica in gennaio: sono state autorizzate nei nostri territori 8.180 ore di “cassa” ordinaria. È il risultato più basso di tutto il decennio della crisi, eccezion fatta per il 2012. Azzerata quella in deroga, il parafulmine di tutto resta la cassa integrazione straordinaria: 294mila ore nel primo mese di quest’anno, uno standard del genere lo ritroviamo solo tornando indietro al 2010 (salvo ovviamente il 2016 fuori controllo, otto volte tanto).

Ma dal quartier generale della Camera del lavoro la raccontano un’altra storia: cala la cassa integrazione semplicemente perché non c’è più nemmeno quell’ombrellino per difendersi dai guai. Parola di Fabrizio Zannotti, numero uno della Cgil, che se la prende con il fatto che «le nuove normative rendono non solo possibile ma anche conveniente per le aziende licenziare anziché puntare sulla “cassa”».

Sia chiaro, stiamo parlando di un esercito di persone: nell’ultimo studio dell’Ires Toscana, l’istituto di ricerca della Cgil regionale, si dice che in provincia di Livorno si tratta di 4.900 lavoratori, 4.200 dei quali nell’industria metalmeccanica: più della metà (a livello regionale) di tutto un settore che da solo vale più della metà di tutti i 15.800 cassintegrati toscani. Una enormità: ma balza agli occhi solo quando il ricercatore Franco Bortolotti spiega che in media «abbiamo un cassintegrato ogni sei lavoratori industriali a Livorno e uno ogni 52 a Prato».

Il dossier alza il velo sulle cifre che dànno una dimensione a quanti, per sbarcare il lunario, stanno aggrappati a varie modalità di sostegno al reddito: in provincia di Livorno ci sono 3.286 persone in mobilità (il 18% del totale regionale), 802 in “Aspi” (23% su base toscana), 11.646 in “miniAspi” (12%), 31 in “Naspi” (14%), 925 hanno la “disoccupazione dei collaboratori” (12%). Come dire: 16.861 persone: una ogni otto che lavorano.

Per il team dell’Ires Cgil la ripresa c’è ma dal punto di vista dei lavoratori si traduce in un aumento della precarietà e in una diminuzione del reddito reale in busta paga. Tradotto: le statistiche sull’occupazione hanno numeri sempre più astratti e meno equiparabili a persone in carne e ossa perché, in realtà, finiscono nel conto anche una gran fetta di quei “lavoricchi” che consentono sì di avere qualche soldo in tasca ma non di far campare dignitosamente la propria famiglia. Regge chi può contare su una qualche rete familiare di sostegno, su qualche risparmio delle generazioni precedenti (talvolta patrimonializzato come casa così da evitare di dover spendere 500-600 euro al mese per il mutuo o l’affitto).

Ormai è da tempo che il sindacato insiste sul rischio di una polveriera sociale: la riprova – afferma Zannotti – è nel fatto che la corsa ai 500 euro ha esaurito il budget in due-tre giorni. Poi rincara: «Non vogliamo assistenzialismo, vogliamo lavoro. E allora bisogna pensare a mettere semmai i soldi su un sostegno economico da utilizzare per accompagnare la riqualificazione di tanti lavoratori. Ma per questo motivo i Centri Impiego devono assumere un ruolo differente da quello che hanno adesso, altrimenti il mercato del lavoro resta in mano alle agenzie interinali».

La coperta degli ammortizzatori sociali è sempre più corta, rincara: «Già non esiste più in caso di chiusura d’azienda, i lavoratori vengono messi sul binario della “Naspi”». E Mirko Lami, dirigente della Cgil regionale con delega al mercato del lavoro usa un gioco di parole per dire che sotto i piedi di tanti lavoratori ora si spalanca il baratro della disoccupazione “vera”: «Perdono meno il lavoro perché lo hanno già perso».

«La cassa integrazione – riprende Zannotti – ti teneva legato all’azienda e come andava a finire il tuo posto di lavoro era un problema collettivo. Ora lo è sempre meno: e insieme al posto di lavoro sparisce anche la dimensione sociale della lotta per riaverlo, tutto rischia di trasformarsi in un guaio individuale».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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