Il Tirreno

Livorno

Per dodici anni al timone Record a Palazzo Civico

di Mauro Zucchelli
Per dodici anni al timone Record a Palazzo Civico

Assessore con Nannipieri e Benvenuti, poi sindaco fra Prg, Cantiere e Porta a Terra La rottura col Pd e dal 2016 il ritorno al Sud per guidare un borgo nella sua Salerno

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LIVORNO. Basti dire che non esiste nella storia recente di Livorno un amministratore che abbia retto così a lungo il timone della nostra città quanto è accaduto a Gianfranco Lamberti, nato nello stesso giorno del fuoriclasse carioca Tostão e scomparso ieri dopo aver visto l’ultima neve in mezzo all’affetto dei suoi cari.

Per dodici anni più quattro mesi e spiccioli l’abbiamo avuto sindaco a Palazzo Civico: dal febbraio ’92 al giugno 2004. Nessuno più di lui dalla fine del Granducato di Toscana. Per trovare qualcosa di analogo bisogna tornare indietro fino ai governatori del Settecento che però funzionavano come una sorta di prefetto: gente con tanto di monumento in duomo come il marchese Filippo Bourbon Del Monte o il generale Marco Alessandro Del Borro.

In realtà, però era seduto nei banchi della giunta dopo esser entrato in consiglio comunale con 1.121 preferenze alle elezioni del 1980: prima come assessore alla sanità negli anni di Alì Nannipieri, poi con la delega all’urbanistica nel mandato successivo dentro la squadra di Roberto Benvenuti. E’ proprio di Benvenuti che prende il posto nel ’92: è il periodo in cui il Partito Comunista era squassato dalla svolta della Bolognina con il cambiamento di nome ma anche di identikit.

Che sconvolgimento per il partito-città che aveva sempre avuto in mano praticamente tutte le leve del governo locale. Benché Lamberti conoscesse già le stanze del Palazzo e fosse stato parte di quella classe di governo, non avrebbe potuto esser più netto il passaggio di consegne. E se l’uscita di scena di Benvenuti – imprinting del funzionario di partito e morigeratezza a costo di apparire poco brillante – era un treno che lo portava a Roma come senatore, la consacrazione di Lamberti come primo cittadino era uno scossone alle liturgie del consiglio comunale.

La rottura col suo partito arriva dopo aver lasciato il Comune. Sulla sua candidatura al Parlamento i Ds si spaccano e i filo-Lamberti devono arrendersi: a Roma andrà Marco Filippi. Dopo quello strappo Lamberti tornerà in Comune da oppositore nel 2009.

Non è tutto: Gianfranco Lamberti è morto da sindaco. Di un piccolo borgo di 10mila anime, Montecorvino Pugliano, provincia di quella Salerno da dove era partito tanti anni fa per venire e fare il medico ortopedico a Livorno. Con un singolare debutto: rimettere in sesto la gamba di Ermanno Cristin, bomber amaranto di allora. Quella di sindaco era la sua pelle. E’ come se la normativa per l’elezione diretta del primo cittadino gliel’avessero ritagliata addosso: compresa una certa qual capacità istrionica di presentare il maquillage di piazza Garibaldi come «la nostra piccola Montmartre» o di mostrare lo stato dei lavori dell’Acquario in costruzione come «una sorta di pre-inaugurazione senza pesci».

Ma quell’energia che nell’appalto dell’acquario gli è costata cara, era lo stesso impulso che l’aveva portato a risistemare la Terrazza Mascagni ridotta in condizioni tali che quella oggi (in degrado) sembra un rendering di architetti zurighesi: a cominciare dalla lunga striscia di palme e dal ripristino del gazebo, che avrà fatto indignare i puristi del restauro ma è diventato il simbolo del lungomare consacrato da tanti spot.

Di fronte al porto così così dopo i decreti Prandini, aveva visto l’inizio della capriola industriale che dalla fine dell’industria pubblica ci scaraventerà nell’era delle multinazionali. Anche se l’“apocalisse delle ciminiere” inizierà con la pioggia di 400 licenziamenti alla Delphi dopo che lui avrà lasciato il Comune, i morsi della crisi li sentiva forti anche la “sua” Livorno a cavallo fra gli anni ’90 e la prima metà del decennio successivo. Vedi alla voce “Cantiere”: prima la lunga stagione degli scontri con l’Authority (così come in altre città portuali), poi la fine dell’esperienza dello stabilimento gestito in forma di coop e l’arrivo di Azimut che trasforma un pezzo di lungomare.

E’ però soprattutto all’insegna del mattone che cerca di tamponare gli effetti della crisi. Nascono in quegli anni sia il nuovo Prg firmato Augusto Cagnardi sia l’operazione Porta a Terra (che finalmente sblocca l’eterna incompiuta del nuovo palasport). Però, forse, se gli avessimo chiesto a cosa teneva di più, avrebbe indicato qualcos’altro: la riapertura del teatro Goldoni, e non era per nostalgia della scissione ma come un “motore” che può produrre spettacolo, cultura, senso di comunità.



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