Il Tirreno

Livorno

Salvini lancia la sfida: «Prenderò Livorno» - Video

di Juna Goti
Matteo Salvini nel salone del centro culturale diocesano (Marzi Pentafoto)
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Matteo Salvini nel salone del centro culturale diocesano (Marzi Pentafoto)

Il leader della Lega tra contestazioni e applausi: «A casa Renzi, Rossi e Nogarin, il prossimo sindaco sarà nostro»

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LIVORNO. «Il 4 marzo si manda a casa Renzi. Poi tocca a Rossi e a Nogarin. Tornerò a Livorno da presidente del consiglio». E per chi non avesse capito bene l’antifona, dopo è anche più esplicito: «Noi trasformiamo quello che sembrava impossibile in realtà, guardate Cascina. Livorno si merita di più, ne sono straconvinto. Ci stiamo preparando...».

VIDEO. La diretta web della contestazione a Salvini

Ci stiamo preparando, dice Matteo Salvini. E non lo dice solo guardando al 4 marzo, ma allungando il collo di un anno, verso le elezioni che nel 2019 decideranno il primo cittadino. La sfida, neppure immaginabile fino a qualche tempo fa, la lancia lui: un sindaco leghista per la città ex fortino della sinistra e del centrosinistra, governata da quattro anni dal Movimento 5 Stelle.

Il leader del carroccio venerdì 23 è arrivato in un centro blindato: via della Madonna, via della Posta e via delle Galere chiuse, in una surreale cartolina da strade senza auto, per i divieti da ordine pubblico. A sigillare ogni ingresso all’area X ci sono cordoni di polizia. Al di là i contestatori e un lungo striscione: “A Livorno il razzismo non passerà”.

Salvini arriva in auto da Cecina e viene fatto scendere davanti al centro culturale diocesano. Lo staff della Lega lo ha prenotato qualche giorno fa, ha versato al parroco i 350 euro per l’affitto, e sulla diocesi sono piovute le polemiche. Non è un caso che Salvini si metta a ringraziare dal palco don Placido e che prima di andarsene verso Pisa – dove ad aspettarlo ci sono i tafferugli – resti a parlare con lui per qualche minuto in una stanza.

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«Questa è Livorno, non quei quattro delinquenti che sono fuori», fa scattare l’applauso del salone pieno: 200 posti a sedere, tutti occupati, più gli spettatori in piedi. Restano fuori dalla porta i candidati di Potere al Popolo che avevano chiesto di partecipare, primo fra tutti Giovanni Ceraolo, il sindacalista di Usb e delle occupazioni. «È una iniziativa della Lega», taglia corto fuori Salvini. Poi, dentro: «Ci tengo a ringraziare il parroco. Ma è normale che in un paese democratico come l’Italia per fare un incontro per spiegare che idee abbiamo qualcuno abbia paura a concederci degli spazi perché poi ci sono ritorsioni? Ci dicono sottovoce “ho il negozio, l’albergo, faccio l’imprenditore, sono con voi, ma non so se domani vengo perché magari mi vedono”. Ragazzi siamo in Italia, non in Unione Sovietica». E ancora: «Al vescovo gli anarchici hanno detto e scritto di tutto. Che la chiesa cattolica, siccome ospita Salvini, è razzista, fascista, xenofoba. Ma forse – sfida – quelli che hanno dei problemi sono fuori da questa sala».

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Quello che parla davanti ai cartelli che lo invocano premier sembra un Salvini diverso, nei toni e nei gesti, dal Matteo che nel 2015 alzò il dito medio da una panchina di via della Madonna a chi gli lanciava le uova.

Parla ai comunisti Salvini. Cerca anche il voto rosso. Prova a giocare la carta del “cambiare si può”. E alla fine per farsi selfie con lui si forma una lunga, ordinata fila. Mica di non livornesi.

Lo slogan di partenza dal palco – seduto accanto a Costanza Vaccaro, Manuel Vescovi e Lorenzo Gasperini – è sempre lo stesso: «Prima gli italiani». «Sono cittadini italiani anche i tanti immigrati regolari che mandano i figli a scuola, pagano le tasse. Andrei a spiegarlo ai pacifisti mascherati là fuori, ma non so quanta voglia di dialogo ci sia da quelle parti. Casa mia sarà casa loro per le donne e i bambini che scappano dalla guerra, ma non sarà mai aperta agli spacciatori nigeriani, ai clandestini: questi se vince Salvini vincono un biglietto di sola andata». E giù con gli applausi di pancia. Le parole d’ordine: «immigrazione controllata», lavoro, «via la legge Fornero», «cancellare la buona scuola di Renzi», «un ministero per i disabili»...

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Ma qui c’è anche una sfida nella sfida. Nella Toscana dove «mi aspetto di essere ampiamente i primi del centrodestra e di essere vicini al 20%». Alla scalata livornese, dove alle ultime regionali la Lega ha toccato il 16%.

Parla così dal palco Salvini: «Basta con la fiducia per ideologie, basta col dire che “voto comunista perché mio nonno era comunista”. Se i comunisti ti mettono due dita negli occhi puoi anche cambiare idea. Se ti chiudono le fabbriche a Piombino e te le aprono in Polonia, puoi anche cambiare idea. Perfino a Livorno si può cambiare idea eh...». «Chi qua dentro, tre o quattro anni fa – soffia in un altro passaggio – avrebbe pensato che ci saremmo trovati un venerdì pomeriggio a Livorno, a una settimana dalla vittoria delle elezioni, con la Lega che è primo partito del centrodestra in Toscana? Chi avrebbe mai pensato che nella Toscana che fu rossa avremmo eletto il sindaco di Grosseto, di Arezzo, di Pistoia, di Cascina? E il prossimo sarà il sindaco di Livorno. Ne sono sicuro: non i compagni mascherati da grillini.... un sindaco normale di una città normale, dove ha la precedenza il lavoro, dove ci sono i problemi del porto, delle infrastrutture...». Lo crede davvero? «Abbiamo diverse persone che sarebbero in grado di farlo, stiamo lavorando», risponde a margine: «A Grosseto, Arezzo, Pistoia abbiamo vinto come squadra ma non c’era un candidato della Lega, Livorno potrebbe essere la città giusta. Non faccio nomi per non fare torti a nessuno», ma «noi trasformiamo quello che sembrava impossibile in realtà, guardate Cascina».

 

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