Gioco
Di Maio (M5s) a Livorno: «Il Pd rottama Berlinguer»
L’aspirante premier del Movimento riempie il Goldoni e sale sul palco con Nogarin e i candidati: «Livorno prova del governo M5S». Applausi per il comandante De Falco
LIVORNO. Quando entra sulle note di “life is life”, attraversando la passerella centrale in mezzo agli applausi, fa un po’ effetto discoteca. In realtà è in un teatro pieno, con 600 spettatori. E di fronte alla Livorno ex fortino rosso che quattro anni fa ha detto sì ai cinque stelle, parte usando parole che tutto sono meno che scelte a caso: «Per me è un onore poter intervenire in questo teatro storico, dove si è fatta la storia della politica italiana, della sinistra, della scissione tra comunisti e socialisti. Voi siete stati la terra che ha rappresentato il partito di Berlinguer, della questione morale...». E giù con il primo applauso: «Quello che si vanta di esserne oggi l’erede, il Pd, l’unica cosa che ha rottamato è proprio la questione morale di Berlinguer...». È questo il primo flash dal palco del candidato premier del M5S, Luigi Di Maio, che ieri sera ha acceso il Goldoni (noleggiato con un bonifico da 2.194 euro). Tappa elettorale in vista del voto del 4 marzo. E chissà se in auto verso via Mayer si è fatto una risata incrociando l’ultimissima locandina del Vernacoliere: «Tranquilli! Questa vorta il culo ce lo unge di Maio”.
A dare il via alla serata, che vede seduti in platea candidati, attivisti e parlamentari di mezza Toscana, è proprio il portavoce regionale Giacomo Giannarelli. Che fa scattare la battuta di Filippo Nogarin quando lo presenta come «ospite», il primo certo... «Livorno è la prova che quando al M5S viene data la possibilità di governare, lo fa concretamente e con coraggio», rompe il ghiaccio il sindaco di casa. Viene applaudito dalla platea M5S quando parla delle società partecipate: «Il caso Aamps è eclatante: nel 2015 aveva un debito di 11 milioni, avevano continuato ad agevolare gli amici degli amici, noi abbiamo avuto coraggio e due anni dopo ha prodotto un utile di 2,6 milioni. Abbiamo preso insulti e sputi ma ora il caso Aamps è un caso di studio». Suona la stessa musica per la società pubblica delle farmacie. Fino all’appello a Di Maio: «I sindaci non devono rimanere soli, quando siederai a Palazzo Chigi prendi l'impegno di semplificare rapporti e competenze».
Applauditissimo dopo lui Gregorio De Falco, candidato al Senato: «Creiamo una massa critica che, con le mani libere, possa essere capace di svelare tutte le malefatte di questa gentaglia», debutta il comandante.
Il comizio di Di Maio va avanti per un’ora. Tra battute al cianuro e programma elettorale. «Ieri sera ho avuto un deja vu, ho visto uno che da Vespa firmava un contratto con gli italiani», dice mostrando un collage di foto con la vecchia e nuova Fiat Panda, un vecchio cellulare e un moderno smartphone, il Berlusconi di allora e di oggi: «Gli faccio i complimenti, nel 2001 non aveva i capelli, ora sì...». «La sera delle elezioni avvieremo dialoghi istituzionali, se vogliono parlare con noi devono farlo sui temi. Ieri ho chiesto a tutti di votare come primo impegno il taglio degli stipendi dei parlamentari, non ha ancora risposto nessuno».
Ma la palla che scotta è quella della ribattezzata rimborsopoli: è tutto un battere di mani quando al microfono avverte che «qui dentro chi sbaglia viene messo alla porta». Poi però punta il dito contro i giornali proiettando «i titoli che non vedrete mai» sui «23,4 milioni di euro che i nostri parlamentari si sono tagliati dagli stipendi: altri partiti lo hanno fatto?». E guarda verso il toscano Alfonso Bonafede in platea: «Lui ha restituito 3mila euro in più...».
Poi prende in prestito l’esperienza Livorno: «Sono orgoglioso che qui si sperimenti il reddito di cittadinanza, ma un Comune non può fare queste cose da solo». Serve, dice, un provvedimento nazionale: «Se il 4 marzo voterete per loro sentirete parlare per altri vent'anni di spending review, se votate per noi ci andiamo a riprendere quei 30 miliardi di sprechi e soldi nostri...».
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