Il Tirreno

Livorno

Uccide l'ex moglie, molestie telefoniche anche dagli arresti domiciliari

di Federico Lazzotti
Uccide l'ex moglie, molestie telefoniche anche dagli arresti domiciliari

Livorno, a fine marzo era fissata l’udienza preliminare nei confronti di Massimiliano Bagnoli dopo una querela ai carabinieri. L'accusa era stalking

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LIVORNO . Un anno e quattro mesi trascorsi agli arresti domiciliari non avevano spento completamente l’ossessione di Massimiliano Bagnoli nei confronti della ex moglie dalla quale si era lasciato nel dicembre 2015 e che martedì 13 febbraio ha ucciso nello studio dentistico dove lavorava, in piazza Attias, prima di togliersi la vita.

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Quel desiderio di controllo, la voglia di sapere che cosa facesse Francesca e addirittura come si vestisse, era venuto fuori ancora. Tanto che nel settembre scorso – quindi mentre il geometra stava scontando gli ultimi due mesi di domiciliari dopo il processo per stalking nei confronti della ex – ai carabinieri di Castiglioncello è stata formalizzata una nuova denuncia nei suoi confronti. «Non firmata dalla ex moglie», precisano però gli investigatori.
Si trattava di continue telefonate da parte dell’uomo, molto simili per frequenza e contenuti a quelle che compaiono nel primo procedimento che nel novembre 2016 aveva portato alla condanna dell’imputato in abbreviato.

Nell’ambito di questo secondo fascicolo Francesca Citi, alcune settimane dopo, era stata ascoltata a sommarie informazioni per confermare o smentire le accuse comparse nella denuncia all’ex marito. La donna in quella circostanza ha confermato le chiamate aggiungendo però due elementi che con il senno di poi fanno riflettere. Il primo è che nonostante l’insistenza la vittima a volte rispondeva per il bene delle figlie. Il secondo è che a suo dire rispetto al passato la situazione era migliorata. Un’illusione, purtroppo.

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La decisione del pubblico ministero che si è occupato del fascicolo è stata quella di chiudere le indagini e contestare al geometra quarantaquattrenne nuovamente il reato di stalking in continuazione rispetto agli episodi della prima indagine. Nei mesi successivi la pratica è andata avanti, tanto che lo stesso magistrato ha chiesto per l’indagato il rinvio a giudizio la cui discussione era stata fissata per la fine di marzo.

È leggendo le motivazione della prima sentenza che è possibile ricostruire il punto di vista del marito riguardo alle accuse che gli venivano fatte. In particolare nell’interrogatorio del 2 luglio. «In sostanza – scrive il giudice Ottavio Mosti – ha affermato di aver sempre telefonato a sua moglie in buona fede e senza mai offenderla o minacciandola. Raccontando che i problemi tra loro si sono manifestati in seguito allo stato di disagio e insofferenza che lo stesso Bagnoli ha a iniziato a provare nei confronti della sua famiglia dopo aver perso il lavoro». Bagnoli, in quella circostanza ha ripetuto «di telefonare frequentemente a Francesca al solo fine di riallacciare i rapporti con lei».

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Una versione che il giudice non condivide anzi. «Nel complesso – scrive – la dichiarazione dell’imputato è autoreferenziale e non sorretta da alcun riscontro in grado di superare in efficacia probatoria le dichiarazioni della persona offesa e i plurimi elementi dimostrativi di riscontro di cui si è dato conto. È inoltre evidente che la mole degli approcci dei contatti telefonici avuti o cercati con la ex coniuge rispetto al suo palese dissenso superi, anche nella prospettiva di chi creda di riconciliare il rapporto, il limite della ragionevolezza per sconfinare in un’ostinata, consapevole e voluta molestia».

A quel processo il difensore di Bagnoli era l’avvocato Giacomo Salamone al quale, dopo la condanna è stato tolto l’incarico. «Non posso dire che me aspettassi un esito così tragico – racconta – ma la situazione era davvero delicata. Quel ragazzo – va avanti – aveva molti problemi. Ricordo anche che anche nella causa civile ci sono stati momenti di tensione perché entrambi erano molto intransigenti l’uno con l’altro...».

 

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