Gioco
Chiedevi soltanto lavoro e dignità e io non ce l’ho fatta a aiutarti
Caro Mirko, ci siamo conosciuti per caso, davanti ad un panino, abbiamo condiviso ideali, emozioni, abbiamo fatto tante cose insieme.È da 363 giorni che sono segretario generale della Cgil, di quella...
Caro Mirko, ci siamo conosciuti per caso, davanti ad un panino, abbiamo condiviso ideali, emozioni, abbiamo fatto tante cose insieme.
È da 363 giorni che sono segretario generale della Cgil, di quella Cgil che amavi e della quale pretendevi di più.
Ci siamo visti 2 settimane fa, ti sentivi solo: quella solitudine che colpisce un uomo quando viene colpito nella sua dignità, ti chiedo scusa perché non sono riuscito a stati vicino e a ridarti la dignità che meritavi.
Tanti si chiedono perché. La risposta è semplice: quando un uomo è senza lavoro è senza dignità, quella dignità per la quale ti sei tanto battuto, diventa vulnerabile nella sua essenza. Quella di sentirsi utile per la società e colpito nella sua dignità.
Sì, la dignità, la dignità del più debole , la dignità degli ultimi, quel sentirsi utili, solidali, insomma Compagni con la “C” maiuscola, in una società dove l’uomo ormai è carne da macello, un numero da liquidare con un fax.
Una delle ultime volte che ci siamo visti eravamo davanti alla tua fabbrica, la Delphi, durante il viaggio in auto ci chiedevamo come un’area cosi importante fosse diventata un edificio di archeologia industriale nell’indifferenza del “sistema”.
Mi sento un fallito, ho perso un Compagno e un fratello.
Mirko questa società è una rullo compressore, ti schiaccia, ti usa e ti butta via. Volevi cambiarla questa società, volevi vivere dignitosamente, volevi che gli ultimi avessero delle possibilità: e la dignità e il rispetto che hanno i potenti.
E’ un reato oggi vivere dignitosamente: cazzo no, dovrebbe essere la normalità, in fondo chiedevi un lavoro, la tua dignità, la tua e di altri.
Chiedevi una società più solidale, che non lascia in dietro nessuno, credevi nell’antifascismo, pretendevi che il sangue rosso come la nostra bandiera fosse uguale per tutti.
E sei stato travolto.
Hai lasciato un vuoto dentro di me, che sarà difficile da colmare, non mi chiedo perché: perché in fondo lo so.
Non so se sarò in grado di reagire, ora sono troppo distrutto, e mi chiedo se mollare tutto o reagire. Però mi piace immaginarti in questa canzone:
«Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,
con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,
quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,
ma nella fantasia ho l'immagine sua:
gli eroi son tutti giovani e belli…».
Ciao Compagno: a presto, non ti dimenticherò mai.
Fabrizio Zannotti
è segretario della Cgil livornese
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