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Morta allo scolmatore, la sentenza del 2012: «Con un guardrail Erika poteva salvarsi»
Livorno, la giudice ha condannato Anas sei anni fa a risarcire la famiglia Campeol: «Parapetto sul viadotto inadeguato: deve essere cambiato». Ma la società non è mai intervenuta prima della tragedia di sabato 3 febbraio
LIVORNO. Il parapetto lungo il viadotto dello Scolmatore che divide la carreggiata dal passaggio pedonale è «insicuro e non idoneo a contenere eventuali fuoriuscite di auto dalla sede stradale». Tanto da scrivere ad Anas, in qualità di custode, di «sostituirlo con una barriera guardrail analoga a quella collocata nel tratto di strada immediatamente precedente», al fine di «adottare tutte le misure necessarie a evitare situazioni di pericolo per gli utenti della strada stessa». È il 12 dicembre 2012 quando Emilia Grassi, giudice del tribunale civile di Livorno, certifica l’inadeguatezza e la pericolosità del tratto lungo l’Aurelia dove sabato notte hanno perso la vita Kevin Chirra e Alessio Falleni, 42 anni in due, precipitati in acqua dopo aver sfondato la ringhiera mentre erano a bordo di una Volvo diretta verso Pisa.
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LE MOTIVAZIONI. Al centro della sentenza vecchia di sei anni, la scomparsa di Erika Campeol, avvenuta l’11 gennaio 2004 in uno schianto molto simile, per dinamica, a quello in cui sono morti i due ragazzi residenti a Stagno. Erika allora aveva 19 anni e studiava all’Iti. I suoi genitori, da quel giorno, combattono affinché la strada che si è portata via la figlia venga messa a norma. È nelle dieci pagine della sentenza che ha condannato Anas a risarcire la famiglia per 150 mila euro poiché ritenuta responsabile della morte della ragazza per il 30% che emergono tutti i difetti della ringhiera che da allora non sono mai stati corretti. Due le consulenze tecniche su cui si è basata la giudice per scrivere le motivazioni: quella dell’ingegner Domenico Trovato e quella del collega Baroncini.
«Il giudizio espresso – si legge – sia dal consulente nominato in sede penale che da quello incaricato nel corso del presente giudizio di inadeguatezza della ringhiera ad assolvere la funzione protettiva cui era deputata appare condivisibile, risultando detta ringhiera un parapetto del ponte ad uso pedonale, inidoneo a svolgere la funzione di contenimento di veicoli eventualmente fuoriusciti dalla sede stradale». È dai risultati degli accertamenti tecnici che la magistrato spiega come «tale inadeguatezza è resa evidente dal fatto che gli elementi verticali della ringhiera, nel punto interessato dall’incidente si sono completamente distaccati dal pannello del quale erano inseriti».
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Vero è che nel caso dell’incidente in cui ha perso la vita la giovane studentessa, secondo il tribunale, la velocità della Renault Clio sulla quale viaggiava ha avuto un ruolo determinate per il restante 70%, visto che la ragazza procedeva a un velocità intorno ai 100 chilometri orari in un tratto dove il limite è 50. Ma nonostante questo «la conformazione della barriera ha avuto – si legge nella sentenza – una efficacia causale nel decesso della ragazza, risultando accertato che a causa dell’agganciamento della parte anteriore del mezzo a uno dei pali di sostegno della ringhiera, la conducente ha subito una serie di colpi alla testa» che ne ha causato il decesso.
LA DINAMICA. Ma la giudice si spinge ancora più avanti per spiegare quanto l’inadeguatezza del parapetto sia stato determinate nella tragedia. «In presenza di una barriera guardrail come quella collocata sul tratto di strada precedente al viadotto, la dinamica del sinistro sarebbe stata diversa, non producendosi, con ogni probabilità, in assenza di sporgenze quali quelle presenti sulla ringhiera, l’agganciamento dell’auto la conseguente rotazione di 180° dello stesso verso la ringhiera con il lato sinistro, rotazione in conseguenza della quale la Campeol ha riportato le gravissime lesioni alla testa che ne hanno provocato il decesso».
Le conclusioni, se possibile, sono ancora più dirette per quello che riguarda le responsabilità di Anas. «Le risultanze dimostrano dunque che la condotta omissiva della convenuta ha contribuito», alla morte della ragazza.
Un’affermazione che a distanza di sei anni e dopo la tragedia di sabato scorso pone diversi interrogativi soprattutto sul perché, dal 2012 ad oggi, non sia stato fatto niente per mettere in sicurezza quel tratto di strada maledetto.
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