Il Tirreno

Livorno

«Suo figlio ha l’ittero». Sei mesi dopo scoprono che è tetraplegico: genitori denunciano la Asl

di Giulio Corsi
«Suo figlio ha l’ittero». Sei mesi dopo scoprono che è tetraplegico: genitori denunciano la Asl

Livorno, esposto in Procura contro i medici dell'ospedale: «Danni cerebrali alla nascita causati da un’asfissia per il ritardo del taglio cesareo»

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LIVORNO. Marco (il nome è di fantasia) ha 6 anni ed è completamente paralizzato. «Muove solo la manina destra», racconta la madre Valeria Macera, livornese, 45 anni. Lei e suo marito Pasquale Somma hanno scoperto sei mesi dopo il parto che il figlio aveva la leucomalacia periventricolare (un rammollimento patologico della sostanza cerebrale) e 14 mesi dopo la tetraparesi spastica. «Quando mi hanno dimesso dall’ospedale di Livorno mi avevano detto che il mio bimbo stava bene e aveva soltanto l’ittero. Legga qui», dice Macera mentre ci mostra il foglio di dimissioni dal reparto di neonatologia di viale Alfieri, dove alla voce “diagnosi di dimissione” si parla di ittero e dove si definiscono “buone” le condizioni del piccolo. «Eppure loro sapevano...».

Quel parto è finito in un fascicolo della Procura di Livorno a cui i due genitori hanno presentato un esposto, dopo una serie di schermaglie legali tra consulenti davanti al tribunale.

Secondo i genitori e secondo i loro periti la paralisi cerebrale infantile del piccolo è dovuta ad una lesione ischemica causata da un’asfissia durante il parto o poco prima del parto.

RICOVERATA A 32 SETTIMANE. Il dramma inizia il 19 dicembre 2011. «Mia moglie fu ricoverata a ostetricia per rottura prematura delle membrane a 32 settimane - racconta Somma -. Dopo averla sottoposta agli esami i medici ci dissero che sia lei che il feto stavano bene».

IL PARTO RINVIATO. «Quattro giorni dopo sono arrivate le contrazioni, ma i medici di turno le bloccarono con terapia tocolitica (il cui scopo è di posticipare il parto, ndr), nonostante il feto fosse pronto sia per peso e sia perché aveva raggiunto una maturazione polmonare», continua il padre.

All’alba della vigilia di Natale Valeria Macera chiama i medici: «Aiutatemi, sto male, non sento più il bambino», grida disperata. Iniziano gli accertamenti. «Venne riscontrata una tachicardia materna e fetale, furono rilevate alterazioni cardiotocografiche poco rassicuranti, proteina C reattiva in rialzo, leucocitosi alterata: tutti segni di sofferenza materna e fetale - continua Somma -, ma il medico di turno alle 10 decise di indurre il parto naturale con ossitocina, perdendo tempo prezioso visto che la situazione clinica imponeva un taglio cesareo tempestivo. Dopo qualche ora lo stesso medico cambiò idea e decise di procedere col cesareo dicendoci che non c'era tempo da perdere». Alle 12.48 Marco nasce con un peso di 1830 grammi.

«VOSTRO FIGLIO È SANO». Il piccolo finisce in incubatrice. «Aveva uno sguardo spento, ma era il mio primo figlio, non potevo sapere. I medici ci dissero che stava bene, che era tutto a posto», ricordaa la madre. Il 15 gennaio 2012 il ritorno a casa. Sul foglio di dimissioni si indica solo l’ittero, si definiscono buone le condizioni del neonato e viene fissata una ecografia cerebrale di controllo per il mese successivo. «Chiedemmo spiegazioni e ci dissero che era routine - racconta Macera -. In realtà il giorno prima avevano sottoposto il bimbo a un’ecografia rilevando segni di leucomalacia con una lesione compatibile 2-3 settimane prima, cioè i giorni del parto. Ma non ci avevano detto nulla».

«ECO NON CHIARA, VADA AL MEYER». Il 13 febbraio arriva il giorno della visita all’ottavo padiglione, ma per due volte (in una settimana) le immagini a detta dei medici non sono chiare e la famiglia viene invitata a fare l’eco al Meyer. «Il 24 aprile a Firenze viene ipotizzata una leucomalacia preventicolare cistica che a giugno, 6 mesi dopo il parto, viene confermata - ricorda il padre -. Ci siamo rivolti alla Stella Maris, dove hanno ricoverato il bambino sottoponendolo a tutti gli esami necessari fissandoci la prima risonanza per evidenziare i danni cerebrali il 13 febbraio 2013, un anno e un mese dalle dimissioni, il cui esito è stato paralisi cerebrale infantile dovuta ad una lesione ipossica-ischemica con tracce emorragiche, causata da asfissia durante o poco prima del parto».

LA BATTAGLIA CON L’ASL. I genitori chiedono le cartelle cliniche, ma l’Asl le fornisce incomplete. Solo con l’intervento del loro legale - raccontano - ottengono anche i tracciati. Poi si rivolgono al ginecologo della donna, noto primario di un ospedale della costa, che analizzando la documentazione «ritiene che la causa di asfissia sia stata causata dai ritardi del parto».

Ma l’Asl nega qualunque responsabilità e non concilia e il legale della famiglia nel marzo 2015 prova con una consulenza tecnica preventiva affidata al giudice Franco Pastorelli. «Nonostante i termini fissati dal tribunale in 4 mesi, solo a maggio 2016, 13 mesi dopo l’incarico, i periti Papi (dipendente dell’Asl 5) e Teti depositano la relazione a favore dell’Asl di Livorno motivando la tetraparesi spastica di mio figlio con un'infezione non identificabile di mia moglie e definendo corretto il comportamento dei medici. Ma mia moglie stava bene come confermano tutti i test a cui è stata sottoposta», racconta il padre.

«I PERITI CI DANNO RAGIONE MA POI...». «Il paradosso è che i periti del tribunale - aggiunge Somma - hanno concordato con i nostri che andava fatta subito un’eco cerebrale alla nascita per trasferire il bambino in un centro specializzato dove cercare di limitare i danni, che andasse fatto l’esame istologico della placenta per evidenziare o escludere infezioni, e soprattutto l’emogas del cordone entro 30 minuti dal parto, fondamentale per stabilire un evento di asfissia. E poi che la scelta di bloccare le contrazioni con terapia tocolitica era discutibile. Nonostante questo affermano che i medici dell’Asl hanno agito in modo corretto».

«IL RISARCIMENTO SERVE AL FUTURO DI MARCO». «Hanno rovinato la vita di nostro figlio e la nostra», dice con la voce rotta dal pianto Valeria Macera. «È per questo che chiediamo giustizia: mio figlio deve aver garantito un futuro e ha bisogno delle migliori terapie».

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