Il Tirreno

Livorno

Il dolore corre sul treno «Ora giustizia in tribunale»

di Sandro Lulli
Il dolore corre sul treno «Ora giustizia in tribunale»

I familiari delle vittime a Roma per la relazione della commissione d’inchiesta Rispoli e il “vaffa” ad Albanese: «Disse che così salvò la stagione balneare...»

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ROMA. Eccolo il giorno della Verità, del Riscatto, della Giustizia. È una nuova alba. «Un giorno storico...», sospira Loris Rispoli mentre saliamo in treno. E la storia l’ha scritta la politica, la Commissione di senatori, non la magistratura che purtroppo – brutta pagina – il 31 ottobre del 1997 assolse tutti i responsabili e negò anche ciò che adesso, come allora, è così evidente. E metaforicamente condannò i morti. E quella notte della sentenza morirono nuovamente coloro che aspettavano i veri “perché”. «Quei perché ce li hanno detti, ce li hanno dati», sospira Loris. Che confida: «Lo striscione non lo ripieghiamo, non va in soffitta...». Sullo striscione blu c’è scritto: “Moby Prince 140 morti, nessun colpevole”. Perché responsabilità e responsabili ci sono. «Da domani – continua – si riparte. Vogliamo giustizia in una aula di tribunale».

Questo che ci riporta a Livorno è un treno carico di rabbia e dolore dei parenti delle vittime della più grande tragedia della marineria italiana: e tra loro è come ci fossero i volti, perlopiù giovani, delle 140 vittime che 9.786 giorni fa, sì proprio in un mercoledì come questo, ma del 10 aprile del 1991, furono lasciati morire a due miglia e mezzo dal porto, poco dopo che il traghetto aveva mollato le cime a banchina. Erano attesi a Olbia, volarono in paradiso. Un grande, pauroso, impressionante forno anche per loro: diventarono cenere perché qualcuno decise che la Moby Prince era una nave fantasma, da abbandonare al proprio destino. Tutti a soccorrere l’Agip Abruzzo a spegnere petrolio e a guadagnare. Centoventi metri di traghetto in fiamme che nessuno avvistò, a tre miglia dalla costa, per 6 ore e 34 minuti.

Ed eccoci di ritorno, fiaccati da emozioni e commozioni. Guardo Loris Rispoli, di fronte a me: testa reclinata sui sedili, occhi immobili. È un cavaliere disfatto da una battaglia lunga 27 anni. Sì, lui e i parenti delle vittime hanno vinto. Ma i segni ci sono, restano. Vite distrutte dal dolore e dal senso d’impotenza perché sai quante menzogne hanno sentito raccontare da quelle persone ritenute testi importanti? E quante volte hanno gridato che non era andata come dicevano in tribunale, dove i colpevoli andarono tutti assolti. E allora le manifestazioni e le marce, gli striscioni e i comunicati. E le assemblee e le dichiarazioni. E attorno a loro una nuvola di indifferenza e menefreghismo. Invecchiavano, qualcuno raggiungeva il proprio caro in cielo, ma mai un passo indietro. E sempre lì a lottare per squarciare il muro di misteri e bugie, di sabotaggi e depistaggi a impedire insabbiamenti, a combattere le false testimonianze, a gridare “verità, verità, verità!”.

Il treno del dolore va mentre ripenso al presidente della Commissione, Silvio Lai, che ha fatto esplicitamente capire di aver avuto la sensazione di essere ingannato da alcuni testimoni convocati alle audizioni: tentacoli irriducibili di una piovra grande e potente. E che brividi quando la Commissione ha detto che «l’attività della Procura è stata carente e condizionata da diversi fattori esterni». Ancora: «È stata oggetto di enormi pressioni». E poi gli inciuci tra Navarma e Snam-Agip spa, in due mesi accordi fatti. E un mare di soldi che entrarono dalle assicurazioni. E quelli dell’“esercito del dolore” a piangere, protestare e ribellarsi. Ma anche a lottare. E non è mica finita. Loris Rispoli e il suo esercito andranno avanti: «Ora vedremo se partendo dal lavoro della Commissione ci sarà la possibilità di proseguire su questa strada». Cioè di tornare in un’aula di tribunale. «Perché i pm lavorarono malissimo...».

Loris Rispoli ha lottato ancora con la rabbia lucida di chi sente aria di svolta. Polemico con tutti i testimoni che si sono rifiutati di collaborare in Senato ha esordito ironicamente, rivolto al presidente Lai, con un «mi avvalgo della facoltà di non rispondere...». E giù un applauso. «Sai, non dimenticherò mai le parole che mi ha rivolto il presidente del Senato Pietro Grasso. Due anni fa minacciai lo sciopero della fame, perché la Commissione non arrivava. Ora gli ho detto grazie. Lui mi ha detto che il lavoro dei senatori serve a guadagnare la fiducia dei cittadini, ed ha ragione. Sono stati meravigliosi». Dieci, venti, trenta interviste: Loris ha polarizzato le attenzioni. Mai banale, sempre chiaro, incisivo. Sempre all’attacco. E oggi sarà a Firenze, su Rai 3. «Sono stanco, stressato ma devo andare. Si va avanti, lo sappiano i responsabili dei nostri morti che non ci fermiamo. Saremo il loro incubo...». All’ammiraglio Sergio Albanese ha mandato anche un “vaffa” in diretta. «Ha dichiarato che dovremmo essergli grati perché salvò la stagione balneare e mentre parlavo mi è tornato in mente e sono sbottato...».

Si torna. Ho visto le lacrime di mogli e figli, ne ho qualcuno seduto a due metri, sono stanchi, travolti dalle emozioni, ma soprattutto dai ricordi. «Mio marito Antonio è sempre con me», sospira Stefania Sini. Suo marito Antonio, ingegnere, militare della Marina, andava a trovare il padre malato a Sassari. «Gli dissi di prendere l’aereo - dice Stefania - restai con due figli piccoli. È stata dura...».

Moby Prince, Moby Prince, Moby Prince. I soccorsi non arrivarono. La giustizia però vi sarà spedita lassù.

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