Sicurezza
Matilde testimone della Shoah
Matilde Beniacar nasce a Smirne in Turchia il 18 gennaio 1926 da Moise Beniacar ed Estrea Levi. Ha un fratello e due sorelle, di poco più giovani: Giacomo, Bulissa e Perla
Matilde Beniacar nasce a Smirne in Turchia il 18 gennaio 1926 da Moise Beniacar ed Estrea Levi. Ha un fratello e due sorelle, di poco più giovani: Giacomo, Bulissa e Perla. La famiglia, di origine italiana, conduce una vita agiata, grazie al lavoro del padre, proprietario di una fabbrica di mobili. Nel 1933 il nascente stato turco di Kemal Ataturk li costringe a rimpatriare in Italia, avendo loro scelto di mantenere la cittadinanza italiana e rinunciare a quella turca. La loro meta è Livorno, dove erano nati i nonni. Ma la vita in città non sarà facile.
Nel 1938 vengono promulgate le leggi razziali. Gli Ebrei vengono discriminati, espulsi dai luoghi di lavoro, dalle scuole e dalle università; viene loro interdetta la possibilità di espatriare, di lavorare e ogni attività pubblica, sono sequestrati i loro beni e bloccati i conti correnti.
Il padre di Matilde che nel frattempo aveva trovato lavoro nella raffineria Anic, viene licenziato. I figli sono espulsi dalla scuola. Giacomo, Bulissa e Perla prendono a frequentare la Scuola Ebraica. Matilde invece, che è la più grande, è costretta ad abbandonare gli studi e a cercare lavoro per sostentare la famiglia. Trova così un impiego in una vetreria, lavora alla fornace.
Il 5 dicembre del’43 gli Ebrei sono dichiarati nemici dello Stato. La loro persecuzione diventa sistematica, non c’è luogo in cui sia possibile nascondersi. La persecuzione raggiunge dapprima gli Ebrei stranieri rifugiatisi in Italia oppure, come nel caso dei Beniacar, rimpatriati negli anni precedenti. Ma nessun italiano di religione ebraica è risparmiato dalla fitta operazione di polizia che, sulla base del censimento del’38, di liste meticolosamente compilate dalle Questure e delle numerose delazioni, insegue gli Ebrei nelle loro case, nei luoghi di sfollamento, ovunque sia ancora possibile rifugiarsi.
Per sfuggire ai bombardamenti di Livorno del maggio’43, Matilde sfolla con i genitori e i fratellini nella montagna pistoiese, a Borgo a Buggiano. Si sentono relativamente al sicuro. Ma il 25 gennaio sono arrestati su delazione. Detenuti nel carcere di Pistoia, i Beniacar vengono tradotti dapprima nelle carceri di Santa Verdiana a Firenze e poi a Fossoli, da dove sono deportati, rinchiusi in carri bestiame, con destinazione Aushwitz.
Sul convoglio su cui salgono i Beniacar, tra le più di 600 persone deportate, c’è anche Primo Levi. Tra i prigionieri, altri livornesi tra cui Frida Misul, Sol Cittone e Selma Levi, anch’esse poi sopravvisute al lager e diventate per Matilde amiche inseparabili. All’arrivo, il 27 febbraio 1944, Matilde sfugge miracolosamente alla selezione che invece non risparmia i familiari. Le viene impresso nel braccio sinistro un numero di matricola: 75670 e viene assegnata ai lavori forzati nel campo di Birkenau per la costruzione di fortificazioni.
Viene poi spostata con altri prigionieri in diversi campi di concentramento: Gusen, Bergen Belsen, Dachau, Buchenwald e infine Mathausen.
La liberazione arriva il 5 maggio 1945, quando l’esercito americano entra nel campo. Lei, insieme ad altri prigionieri è finalmente libera, ma il suo stato di salute è molto compromesso.
Viene ricoverata in un ospedale e curata. Torna in Italia con la Croce Rossa Internazionale, passando per il campo profughi di Pescantina. Torna a Livorno sperando di ritrovare qualcuno dei suoi familiari, li cerca ma senza avere più loro notizie. Rimasta sola, cerca una sistemazione, prima presso la locale comunità ebraica poi presso un’amica di infanzia, Giovanna, che la prende in casa.
Comincia da allora per Matilde un lento e difficile ritorno alla normalità. Si sposa con Luciano e ha due figli, Stella e Claudio. Non perde mai la voglia di vivere e di andare avanti, nonostante le difficoltà di tutta la sua esistenza. Muore a Cecina il 19 dicembre 2016. È stata una delle prime testimoni italiane della Shoah.
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