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L'alluvione vista dagli Usa: il racconto di Cerrai lo scienziato livornese esperto di uragani
Livorno, il giovane lavora all’Università del Connecticut : «Difficile prevedere quello che sarebbe successo ma...»
LIVORNO. Diego Cerrai, livornese doc ma da tempo “emigrato” negli Usa, 28 anni da compiere, è un ragazzone di un metro e ottanta (ex giocatore della Pallacanestro Livorno), cresciuto fra San Jacopo e via Goito, ex allievo del liceo Enriques, è considerato uno dei più talentuosi e promettenti scienziati italiani all’estero.
Fin da bambino il suo sogno era quello di inseguire i tornado negli Stati Uniti e da adulto si è ritrovato a farlo, ma più in grande di quanto si fosse mai immaginato: ora, da un computer, tra modelli, simulazioni, grafici, foto satellitari e radar, insegue le tempeste e gli uragani per prevedere l’impatto al suolo, quantificando le criticità delle linee elettriche in 3 stati, tra cui il Connecticut, dove vive (ma presto saranno 5, più parte dell’Australia).
A tutto questo e al dottorato di ricerca all’Uconn, l’Università del Connecticut ci è arrivato dopo una laurea triennale in fisica a Pisa e una magistrale a Bologna in meteorologia. Con la sua tesi è riuscito a creare due nuove variabili meteorologiche per lo studio della vorticità potenziale dei cicloni mediterranei – uno studio che, per l’alto contenuto innovativo e rivoluzionario nel campo delle previsioni meteo, è stato addirittura secretato per 6 mesi dopo la sua discussione.
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Lo abbiamo raggiunto nella casa dei genitori, mentre è in città per le vacanze di Natale dove sta lavorando su almeno due “fronti” (è proprio il caso di dirlo): sia perché, in queste ore, sta per abbattersi una grande tempesta sugli Stati interessati dalle sue competenze (Massachusetts, New Hampshire), sia perché deve scrivere per conto del Max Planck Institute for Meteorology di Amburgo un articolo scientifico sul tragico alluvione di Livorno (e anche di quella occorsa ad Atene a novembre 2017), per sviluppare nuovi modelli di previsione.
Diego, si sente un giovane cervello in fuga?
«Per ora sì, ma spero di tornare presto, finito il dottorato».
In Italia che strade ci sono per lei?
«Proseguire nella “ricerca scientifica” sarebbe il mio ideale. In campo universitario o al CNR, o per privati».
Prevede quello che succederà nel meteo da adesso a quando?
«Se intende “questo preciso momento”, da due-tre giorni prima a cinque giorni dopo».
Sono previsione esatte?
«Abbiamo dei modelli matematici/statistici di previsione, uno dei quali ho contribuito a sviluppare io stesso con altri colleghi; sono molto precisi e attendibili, ma hanno sempre costante bisogno di essere aggiornati ed interpretati. Bisogna, volta per volta, correggere il tiro».
Secondo lei, si poteva prevedere il tragico evento di Livorno, sul quale sta scrivendo un articolo?
«È una domanda difficile. È stato un evento eccezionale, difficilmente prevedibile con anticipo. Provo a spiegarle come l’ho vissuta io. Avendo la famiglia che vive qui (il padre Paolo, la madre Cecilia e la sorella Chiara), butto sempre un occhio alla situazione di Livorno. Ha visto com’è fatta questa casa? Il giardino è un metro sotto il livello stradale e mio padre mi ha sempre raccontato che trent’anni fa si allagò. Il 9 settembre o forse il giorno prima, li avevo avvisati che ci sarebbe stato un temporale molto forte, ero allarmato, ma entro certi limiti. Essendo a conoscenza delle avverse condizioni meteo e trovandomi, col fuso orario, sei ore indietro rispetto a voi, mi ero messo a seguire la situazione da casa mia, prima di cena. Alle 1, ora italiana, ho fatto la prima telefonata a Livorno. Secondo quello che vedevo dovevano esserci dei danni. Per me qui – inteso “qui”, la strada proprio – doveva essere tutto allagato (la casa si trova a non più di quattrocento metri in linea d’aria da via Rodocanacchi, dove ha perso la vita la famiglia Ramacciotti)».
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Da cosa lo vedeva?
«Satelliti, radar e in particolare da un sito di fulminazioni: c’erano tantissimi fulmini nella zona. Quando ci sono tanti fulmini vuol dire che il temporale è molto forte. Non ero tranquillo. Ogni ora chiamavo a casa, non ho fatto dormire nessuno».
E qui cosa le dicevano?
«Che non c’era acqua – che pioveva tantissimo ma che il giardino di casa non era allagato. Ero meravigliato. I dati non mentono. Infatti, poi, è successo quello che è successo. Il temporale su Livorno era autorigenerante. Alle 3 del mattino del 10 settembre ho scritto un post su Facebook dove spiegavo quello che stava accadendo e la sua eccezionalità (“54 fulmini al minuto, quasi uno al secondo” si legge nel post di Diego)».
Cos’altro poteva fare?
«Da laggiù, per Livorno, niente, a parte telefonare ad amici e parenti per assicurarmi che stessero bene. Fosse successo in America avrei mandato mail e messaggi ai miei referenti. Qui è la Protezione Civile che allerta i sindaci».
Cosa scriverà su Livorno?
«C’è una collaborazione tra l’università del Connecticut, l’istituto Max Planck e l’università di Padova. Redigerò un articolo per capire come migliorare la previsione di questi avvenimenti dal punto di vista meteorologico. Livorno sarà “caso di studio”. Useremo i dati per elaborare nuovi modelli e cercare di prevedere con anticipo – o più anticipo – tutte le possibilità di eventi estremi».
Lei lavora negli Usa, un grande paese nel quale il presidente nega l’impatto dell’inquinamento sui cambiamenti climatici. Che ne pensa?
«Trump ha una visione molto sua del mondo e del clima, molto egoistica direi. Ci sono dei fattori che sono decisamente oggettivi: come l’innalzamento del livello del mare o l’aumento della temperatura. Questi cambiamenti sono reali, sono in atto e sono innegabili da chicchessia».
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