Il Tirreno

Livorno

Il tubo dei veleni ha origine dentro la Lonzi

di Giulio Corsi
Il tubo dei veleni ha origine dentro la Lonzi

Livorno, rame, zinco, ammoniaca, ferro e alluminio scaricati nel Cignolo e nei campi dietro la ditta. Ecco cosa dicono le analisi di Arpat sulle acque  

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LIVORNO. Non solo il Rio Cignolo, ma anche il fosso e i campi retrostanti a via del Limone, sono stati inquinati dal percolato fuoriuscito dalla Lonzi. Rame e zinco, ma anche ammoniaca, ferro e alluminio sono stati ritrovati dall’Arpat nel fiume nero scaricato nel Cignolo attraverso il recapito di una fogna bianca davanti alla ditta, e nei campi e nel fosso retrostante i piazzali attraverso un grosso tubo in metallo del diametro di 30 centimetri. I valori dei materiali inquinanti, veri e propri veleni per il corso d’acqua, in alcuni casi hanno superato i limiti anche del 200%.

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IL TUBO NASCE DENTRO LA LONZI. Se per il fiume nero che si era creato nel rio Cignolo l’Arpat aveva già accertato che l’inquinamento derivava dalla Lonzi a causa della tracimazione nella fognatura bianca di acque destinate alla fognatura nera, ieri è stato confermato che anche la tubazione retrostante alla ditta proveniva dai piazzali di Lonzi. Secondo quanto riferito da alcuni addetti dell’azienda, la tubazione sarebbe stata tombata in passato, ma i mezzi dell’Asa intervenuti sul posto insieme a carabinieri forestali e vigili urbani hanno constatato che la tombatura non era a tenuta e che dunque consentiva l’uscita di liquidi nei campi esterni alla ditta, verso i quali d’altra parte il tubo era rivolto. La domanda resta la solita che facciamo da 10 giorni: perché c’era quel tubo?

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IL TUBO NELLE BAIE DEI RIFIUTI PERICOLOSI. Tra l’altro l’Arpat evidenzia che l'area interna dove è presente la tubazione è quella compresa tra le baie denominate T3 e T4 ed il muro perimetrale lato sud della ditta: «Tale area - sottolinea Arpat - risulta essere a verde con terreno naturale non impermeabilizzato che al momento del sopralluogo era ricoperta in parte di acqua». Va detto che sulla carta le baie T3 e T4 sarebbero state destinate ad accogliere rifiuti non pericolosi. Ma leggendo l’ordinanza con cui il tribunale di Firenze ha applicato le misure cautelari nei confronti di Emiliano Lonzi, della moglie e di altri dirigenti dell’azienda, risulta invece che nella baie T3 e T4 venivano stivati senza alcun trattamento anche rifiuti pericolosi. E allora un’altra domanda sorge spontanea: quanto di quel materiale è arrivato nei campi esterni alla Lonzi attraverso quel tubo fuori legge?

IL FIUME È STATO INQUINATO. Intanto i campioni prelevati sia nel rio Maggiore che nel fosso retrostante fanno affermare all’Arpat «che gli esiti analitici ben corrispondono ad acque di dilavamento di cumuli di rifiuti di varia natura e che nei campioni analizzati si rileva un elevato contenuto di sostanza organica e di carica batterica, di ammoniaca, di ferro ed alluminio». Dallo scarico della fognatura bianca sono stati anche riscontrati valori di idrocarburi superiori ai limiti: 6.6 milligrammi per litro con il massimo previsto di 5. In sostanza: i confronti tra le analisi dell’acqua a monte e a valle della Lonzi portano a concludere che c’è «stato un apporto di inquinanti nel Rio, con aumento di tutti i parametri analizzati».
 

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