Il Tirreno

Livorno

Il vescovo “sposta” il duomo per un’ora fra gli alluvionati

di Mauro Zucchelli
Il vescovo “sposta” il duomo per un’ora fra gli alluvionati

«Serve una ricostruzione materiale e morale: sia a Livorno che all’Italia» 

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LIVORNO. Il duomo si è “trasferito” per un’ora in periferia poco prima del brindisi di Capodanno: è un gesto ad alto tasso simbolico che non ha precedenti. Il vescovo Simone Giusti ha deciso di celebrare l’ultima liturgia dell’anno, quella del Te Deum di ringraziamento, in mezzo agli alluvionati nella piccola grande chiesa di Nostra Signora di Lourdes: cemento e mattone facciavista trasformato dalle tavole extralarge anni ’70-80 di Giancarlo Cocchia.

Quando stringe le mani di chi la notte del 10 settembre in 20 minuti si è visto portar via gli affetti, la casa e la tranquillità, il vescovo ha in testa un esempio da evitare: nell’emergenza post-terremoto in Centro Italia, è fresca fresca la denuncia di come laggiù le casette si siano rivelate poche, in ritardo e con mille problemi di abitabilità. E qui? Forse non è andato tutto così male: Giusti dice che, in effetti, qualcosa a Livorno si è visto negli interventi del dopo-apocalisse («tante cose sono state fatte, altre vanno portate in fondo»). Semmai, ma l’ha ripetuto in cento altre occasioni , rimangono «lunghissimi i tempi della burocrazia», soprattutto se li paragoniamo ai bisogni di chi fa fatica a stare a galla.

Non sono però le lungaggini degli apparati a finire nel mirino stavolta: la sferzata arriva in coda all’omelia e mira a mettere a nudo questo presente che sembra un cumulo di macerie. C’è bisogno – afferma – di «ricostruzione sia materiale che spirituale: parlo della nostra Livorno e parlo anche della nostra Italia».

«Se non c’è una rinascita delle coscienze, non ci saranno riforme in grado di darci un futuro». Ne fa l’antidoto per costruire un nuovo stile di cittadinanza attiva sul quale il monsignore-architetto insiste da tempo come la nuova frontiera dell’impegno della comunità ecclesiale: è «il nuovo nome della carità», ha detto in altre occasioni.

Il presule ne dà una specifica declinazione. Uno, resti alto il senso della responsabilità personale: «Bisogna lavorare prima di tutto per il gusto di far qualcosa di buono per quel “noi” che è la comunità. Possibile che nessuno fra quanti hanno realizzato quelle casette si sia accorto che stavano combinando guai?». Due, il profitto non deve essere l’unica bussola: «Sembra che conti solo incassare anziché far bene il proprio dovere nel lavoro». Tre, occorre in guardia sull’impiego dei soldi: «I quattrini hanno una brutta caratteristica: restano appiccicati. E se non cambia il cuore delle persone...».

Il requisito-chiave è semplice: «Non vogliamo dimenticare», dice Giusti. «Ma il rischio c’è: il nostro è un tempo vissuto di rincorsa in cui quel che viene dopo inghiotte quel che c’era prima e rischia di ridurre a zero il bagaglio della memoria».

Se qualcuno volesse trovar l’ombra delle polemiche degli ultimi mesi con il sindaco Filippo Nogarin, si potrebbe forse scovare una qualche sottolineatura nell’ultimo capoverso dell’omelia. A dirla tutta, però, citando gli esempi di Giorgio La Pira e Alcide De Gasperi destinati alla gloria degli altari, non va oltre una frase: bisogna «andare avanti sempre a dritto e sorridenti, e se ti mettono i bastoni fra le ruote, pazienza».

Ma questa è solo una metà dell’argomentare di Giusti: siamo durante un rito religioso e il presule si rivolge a chi ha fede ma si è visto portar via gli affetti da quest’oceano di mota. Lo fa rievocando il colloquio col padre di un ragazzo stroncato da una malattia giovanissimo: «Quando ho detto a quel babbo disperato di non aver paura di sentire suo figlio accanto a lui anche se non lo vede, mi ha detto che sì, lo sente ma ha quasi timore che lo prendano per matto». Poi aggiunge: «Il Paradiso dei nostri cari defunti non è un “altrove”, è un “oltre”. Un tema – la “liberazione” dalla morte – che appare sempre più centrale quando Giusti si muove nei territori di fede.

In precedenza, tanto lui che suor Raffaella Spiezio, presidente della Fondazione Caritas, avevano battuto il tasto di quant’è stata straordinaria la mobilitazione collettiva che ha fatto seguito al disastro di quella notte maledetta causato «dalla cattiveria e dall’incuria degli uomini».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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