Il Tirreno

Livorno

Arpat: quel liquido nero è uscito dalla Lonzi

Juna Goti
Il sopralluogo della polizia municipale nelle vicinanze della Lonzi (Pentafoto)
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Il sopralluogo della polizia municipale nelle vicinanze della Lonzi (Pentafoto)

Il sopralluogo dell'agenzia ambientale insieme agli agenti della polizia municipale. "Risultano inattivi i depuratori delle acque piovane". E i sindacati dicono: "Bisogna intervenire"

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LIVORNO. Dai piazzali della Lonzi il materiale inquinante rimasto all’interno dell’azienda dopo i sequestri sta scivolando condotta dopo condotta nei corsi d’acqua della Puzzolente. Un liquido nero che negli ultimi giorni ha invaso i fossi in mezzo ai campi e ha raggiunto il rio Cignolo, che la mattina di Santo Stefano ha letteralmente cambiato colore. Il Tirreno lo ha raccontato giorno dopo giorno.

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Arriva ora una nota dell’Arpat a confermare, dopo vari sopralluoghi, che lo sversamento è in atto alla Lonzi. E che alla ditta è stato chiesto di mettere in piedi «tutte le attività possibili per interrompere lo scarico in atto attraverso lo smaltimento dei reflui accumulati» e di «limitare ulteriori conseguenze sui corsi d’acqua interessati» attraverso «l’apposizione di opportuni presidi ambientali», come «panne assorbenti». Se possibile, insomma, piove sul bagnato.

Dopo anni di denunce dei residenti della zona. E dopo l’inchiesta choc che il 14 dicembre ha portato all’arresto di sei persone e al sequestro degli impianti di Lonzi e Rari. Ieri l’Arpat è tornata insieme alla polizia municipale nell’area di via del Limone, dove ha verificato che oltre alla conduttura delle acque bianche, anche il tubo nero fotografato due giorni fa dal Tirreno, da dove ha continuato a uscire materiale nero, potrebbe raccogliere percolato in arrivo dai piazzali della Lonzi.I tecnici dell’agenzia ambientale questa settimana sono intervenuti una prima volta il 26 dicembre, avvisati dalla sala operativa della protezione civile, a sua volta allertata dai carabinieri forestali per la presenza di acque nere nel rio Cignolo. Hanno prelevato un campione di acqua contaminata, poi, il giorno successivo, mercoledì, sono tornati sul posto con la polizia municipale, la protezione civile e gli addetti di Asa per trovare l’origine dello sversamento.

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«Dopo aver riscontrato nuovamente nel rio Cignolo una colorazione scura con iridescenza dovuta ai reflui provenienti dalla condotta interrata delle acque bianche di via del Limone - si legge nella nota di Arpat - i tecnici hanno prima fatto un campionamento delle acque contaminate e successivamente hanno ispezionato le attività produttive presenti nella zona: ditta Ecoacciai, ex Lunirot, Ecoflash e ditta Lonzi Metalli». Nei piazzali di ex Lunirot e Ecoacciai «non sono state riscontrate anomalie da ricondurre allo sversamento in atto». Mentre «durante il sopralluogo alla Lonzi è stato rilevato che i presidi ambientali risultavano inattivi, non erano in funzione i depuratori delle acque meteoriche di prima e seconda pioggia». In più «tutte le cisterne di accumulo delle acque meteoriche erano colme ed era in atto uno scarico di reflui non depurati nella fognatura delle acque nere (alla quale la società è allacciata) e una tracimazione degli stessi reflui nella conduttura delle acque bianche di via del Limone». Che arriva nel rio Cignolo.

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Sono stati presi campioni di questi reflui per quantificare gli inquinanti ed è stato «richiesto alla ditta di porre in essere tutte le attività possibili per interrompere lo scarico in atto, attraverso lo smaltimento dei reflui accumulati» e di «limitare ulteriori conseguenze sui corsi d’acqua».

All’indomani del sequestro i sindacati, in particolare Cgil e Cisl, avevano parlato di «rischio percolato alla Lonzi», spiegando che i rifiuti erano rimasti nei piazzali e chiedendo che i lavoratori potessero riprendere almeno una parte delle attività. Pochi giorni fa gli impianti sono stati in parte dissequestrati, ma molti materiali sono rimasti a disposizione dell’autorità giudiziaria. «Purtroppo quello che sta accadendo non mi stupisce», dice Giovanni Golino (Fp Cgil): «Dal giorno dopo il sequestro abbiamo scritto a tutti denunciando il rischio percolato alla Lonzi ed emissioni gassose alla Rari, perché i rifiuti sono esposti alle intemperie, e in questi giorni ha piovuto tantissimo». «Qualche giorno fa gli impianti sono stati parzialmente dissequestrati e i lavoratori sono stati autorizzati ad entrare», ma «hanno riscontrato che ci sono difficoltà a ripartire».

«I dipendenti, che sono senza stipendio, hanno cercato di fare manutenzione dove possibile, cercando di tamponare l’emergenza», aggiunge Andrea Tonsa (Fit Cisl). Sta di fatto che episodi di inquinamento simili nell’area si erano registrati anche quando la ditta era in piena attività. Lo sanno bene i residenti che nel 2014 videro il rio Cignolo diventare prima blu poi grigio scuro e ancora bianco opaco. Partirono le indagini della polizia municipale che fecero scattare un procedimento penale che è ancora in corso.

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