Il Tirreno

Livorno

il dibattito sulle due aziende 

«Revocare le autorizzazioni ma attenzione ai lavoratori»

LIVORNO. Dopo l’inchiesta che ha travolto Lonzi e Rari, il Consiglio ha votato all’unanimità un atto che impegna sindaco e assessori «a richiedere alla Regione la convocazione urgente di una...

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LIVORNO. Dopo l’inchiesta che ha travolto Lonzi e Rari, il Consiglio ha votato all’unanimità un atto che impegna sindaco e assessori «a richiedere alla Regione la convocazione urgente di una conferenza dei servizi» per «verificare l’esistenza dei presupposti per la revoca di tutte le autorizzazioni» alle due aziende. Oltre a chiedere di «individuare possibili soluzioni di riconversione delle imprese», con l’obiettivo di «salvaguardare i posti di lavoro». Che ora rischiano di essere la seconda spia rossa dopo gli scenari disarmanti che si sono aperti sul fronte della gestione dei rifiuti e della salute.

Queste sono due delle richieste nell’atto partorito ieri dalle forze politiche. Con il coordinamento dietro le quinte del sindaco e la disponibilità dei diretti interessati, limando una frase dopo l’altra, sono state fuse due mozioni di Giovanni Fuoti (M5S), che viene proprio dai comitati che da sempre si battono per spostare la Rari, e l’ex grillino Giuseppe Grillotti (Ll). Che nella prima stesura era stato più netto sulla revoca delle autorizzazioni.

Un punto su cui ha da subito raccomandato prudenza il Pd. Perché «il problema è far rispettare la legge, non togliere le autorizzazioni», ha detto Pietro Caruso, definendo «aberrante quello che è successo e le intercettazioni», ma invitando anche a «distinguere tra piano giudiziario e politico-amministrativo». «Nelle due aziende – ha ricordato – lavorano 60 persone che non hanno ricevuto né stipendi né tredicesima perché i conti sono stati bloccati». Una preoccupazione anche di Giovanna Cepparello (Futuro), che ha toccato un nodo chiave: controlli e certificazioni ambientali: «Chi e come li fa? Perché i documenti sono a posto, ma nella sostanza niente lo è. È uno dei primi problemi che deve porsi la politica». Insieme a quello dei «rapporti storici tra Comune e Lonzi: gli ultimi affidamenti arrivano al 2016-2017». «Secondo lei se avessimo immaginato quello che sta venendo fuori qualcuno avrebbe fatto accordi con loro?», ha replicato Daniele Ceselli (M5S). Anche lui ha posto il problema dei controlli, dei lavoratori («molti sono vittime, forse lo sono di più») e ha suonato il «campanello di allarme» della gestione dei rifiuti: continuare a darla ai privati o tenerla tutta sotto il controllo pubblico? Barbara Lenzi (M5S) si è detta «ferita dalle parole sui bambini», in uno scenario «raccapricciante».

Nell’atto viene confermata la volontà del Comune di costituirsi parte civile, viene chiesta all’Arpat una «verifica straordinaria» delle «condizioni ambientali nei due siti e nelle aree limitrofe» per le eventuali bonifiche, di modificare il regolamento urbanistico per «precludere» in futuro «l’insediamento vicino alle case di attività nocive». Di «promuovere la possibilità di intimare alle società di ricercare insediamenti alternativi». Ma di delocalizzazione i livornesi hanno sentito parlare per anni senza risultati. «C’è, è alla Paduletta, e qui casca l’asino…», ha detto Marco Cannito (Cd) che più di tutti negli anni si è battuto a fianco dei comitati nati intorno alla Lonzi. Ricordando quelle battaglie, tra un incendio e l’altro, ha ripetuto: «Tutti hanno sottovalutato».

Quanto è accaduto «intacca la vita di tutti noi», ha commentato Filippo Nogarin, che a margine ha rivendicato il lavoro fatto dalla sua amministrazione: «L’Aia ad esempio ha avuto rinnovi annuali e non più triennali».

Juna Goti

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di Redazione web