Gioco
Inchiesta rifiuti, all’Arpat 100 segnalazioni per quelle maleodoranze
Livorno, telefonate continue da parte dei residenti, per la Provincia era tutto ok. Intanto Lonzi e gli altri indagati non rispondono al giudice e restano ai domiciliari
LIVORNO. Nella mattinata di mercoledì 20 si sono svolti al tribunale di Firenze gli interrogatori di garanzia di Emiliano Lonzi, della moglie Anna Mancini, del cognato Stefano Fulceri, del socio Mauro Palandri e di Stefano Lena, responsabile del piazzale di Lonzi, arrestati giovedì scorso dai carabinieri forestali. Tutti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Il giudice ha confermato le misure cautelari degli arresti domiciliari.
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Intanto emerge che dal 2009 al 2016 per oltre 60 volte i residenti di via del Limone hanno telefonato all’Arpat segnalando aria irrespirabile e fumi provenienti dal fortino della Lonzi. E altrettante segnalazioni erano state fatte negli anni precedenti. La lista è infinita e sembra una questua senza speranza, visto che mai il grido di dolore ha sortito effetti. Spesso l’Arpat si è mossa, facendo controlli, riscontrando anche irregolarità, elevando talvolta sanzioni e facendo segnalazioni alla Regione. Ma mai, fino a quando la procura antimafia ha preso in mano la situazione, qualcosa è cambiato.
E soprattutto mai è stata sanata una incongruenza che spesso i cittadini hanno rimarcato alla Provincia: il fatto che il piano provinciale dei rifiuti speciali anche pericolosi prevedesse che le discariche «non devono essere localizzate in aree con presenza di insediamenti residenziali inferiori a 200 metri dal punto di scarico dei rifiuti». Qui invece Lonzi e Lunirot erano a meno di 10 metri dal borgo medievale e dalle altre abitazioni.
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Eppure proprio i tecnici di palazzo Granducale più volte sono stati in visita ai piazzali di Lonzi: il 4 maggio 2011 ad esempio il dirigente della Provincia Rafanelli effettuava un sopralluogo alla Lonzi per verificare la corretta gestione dell’impianto e riscontrava il piazzale pulito, il sistema di raccolta liquami pulito, il sistema di nebulizzazione funzionante. Tutto in regola.
Ma già nell’aprile 2009, con le montagne di rifiuti che oltrepassavano i muri di cinta dell’azienda (come si vede dalle foto), la Provincia sostenne che non c’erano irregolarità, ricordano i residenti. Due mesi dopo scoppiò l’incendio kolossal che tenne impegnati i pompieri per 86 ore. Il 29 settembre 2014, invece, l’agenzia regionale rispondeva ad un residente che si era lamentato delle maleodoranze provenienti da Lonzi e dell’altezza dei rifiuti che oltrepassavano la recinzione della ditta: «Tali aspetti sono stati oggetti di approfondimenti specifici durante il procedimento di rinnovo dell’autorizzazione alla Lonzi rilasciata dalla Provincia il 25 giugno 2014». Salvando l’azienda in corner: «Verificheremo nei prossimi sopralluoghi lo stato di avanzamento dei miglioramenti prescritti nell’atto di rinnovo autorizzativo».
Due anni dopo, il 25 luglio 2016 i tecnici Arpat, tornati in azienda, riscontravano ancora «alcune difformità rispetto alle prescrizioni dell’atto autorizzativo del 2014». Allora furono elevate sanzioni e inviate segnalazioni alla Regione. Lo stesso accadde il 4 ottobre. Ma oltre alle 60 segnalazioni all’Arpat, sono partite decine di lettere ai sindaci e agli assessori all’ambiente di Comune e Provincia. Una storia che va avanti dagli anni Settanta: nel 1999, dopo aver ricevuto due residenti, il dirigente comunale Butta scriveva al sindaco Lamberti definendo insalubri le attività di Lonzi (e Lunirot), raccomandandone per questo la delocalizzazione ed evidenziando che erano in contrasto con il Prg. Lamberti due mesi dopo regolarizzò Lonzi modificando il piano regolatore che prevedeva in via del Limone solo attività agricole. E poi ci sono gli esposti in procura: ne hanno fatti più di cinque i residenti.
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