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Inchiesta sui rifiuti, la denuncia: "In via del Limone dodici tumori su 63 residenti"
Livorno, dopo l'arresto dei vertici di Lonzi e Rari: «Per 50 anni abbiamo chiesto al Comune che quelle aziende si spostassero da lì»
LIVORNO. «Ho venduto io quei terreni ad Attilio Niccolai per conto della famiglia Mimbelli, per la quale amministravo i beni. Fu una trattativa lunga due anni: la ditta di Niccolai, poi diventata Lunirot, lavorava il ferro in via Mastacchi. Non mi fidavo, volevo accertarmi che che fossero seri. Dal Brasile i Mimbelli mi pressavano e alla fine seguii le indicazioni: vendetti». Angiolo Volandri, oggi 90enne, è la memoria storica del borgo mediceo di via del Limone e anche delle battaglie che i residenti di quella strada che prima si chiamava via dei Condotti Vecchi hanno condotto per quasi 50 anni contro Lunirot e contro la Lonzi. «Era il 1969 - ricorda Volandri -. Niccolai dopo poco tempo vendette metà dei terreni a Lonzi: 40mila metri quadri. In quegli anni iniziò la nostra sventura».
La storia raccontata da Volandri e da suo nipote Fabrizio Terreni sembra una tragedia uscita dalla penna di Kafka, la battaglia di un cittadino, dei cento uomini e donne residenti alle porte della Puzzolente, dentro un palazzo sordo e cieco, che in mezzo secolo non ha saputo capire il grido di dolore, la rabbia, la paura dei suoi amministrati. E soprattutto far rispettare le regole, considerato che fino al 1999 quelle attività - che il dirigente del Comune Renato Butta in una lettera al sindaco Gianfranco Lamberti definiva «insalubri» - erano in contrasto con il piano regolatore che in quell’area prevedeva terreni agricoli, non attività produttive. «La soluzione radicale è la delocalizzazione», scriveva Butta nel giugno 1999. Pochi mesi dopo, come una beffa, arrivò la variante che trasformava quei terreni in aree per attività produttive.
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«Abbiamo visto di tutto in questo mezzo secolo - racconta Terreni -. Negli anni 70 bruciavano a cielo aperto tonnellate di cavi di rame e di plastica. Arrivavano i camion, scaricavano e davano il via alle fiamme: noi ci si rintanava a casa, si chiamava la polizia, aspettavamo che il puzzo e il fumo se ne andassero. Poi iniziarono a fondere i motori delle macchine: ci facevano panetti di alluminio, utilizzando un forno con una ciminiera di appena tre metri. Poi è iniziata la stagione degli incendi: 11 dal 2001. Abbiamo respirato di tutto e i nostri campi e i nostri polmoni sono stati invasi di mercurio, piombo, veleni».
Volandri, Terreni e i loro vicini di casa hanno bussato a tutte le porte: «Siamo partiti dalla sezione del Pci della Cigna, il segretario era Colombini. Nell’86 il presidente della Circoscrizione 1 Menichetti sostenne con forza che quelle attività erano abusive, ma nessuno lo ascoltò. Abbiamo bussato all’assessore Bandini, a Lamberti, a Cosimi, a Gulì, a Grassi, a Gonnelli, a Brilli, a Nista, a Rafanelli, a Gordiani, abbiamo fatto vedere le foto. Tutte le persone che dovevano controllare non l’hanno fatto. Siamo andati all’Arpat e all’Asl. Abbiamo presentato un numero infinito di esposti. Nel 1987 mi misero per 7 giorni i misuratori di decibel in camera da letto: per una settimana la Lonzi smise di lavorare il ferro, lavoravano i materassi. Li avevano avvertiti».
L’ultima beffa è datata 2012: «Portai all’Asl un report emblematico - racconta Terreni -: il numero di tumori nel nostro borgo Mediceo. Su 63 residenti in 12 erano ammalati di cancro. Il 20% contro una media del 5.5% nazionale. Sapete cosa mi hanno risposto in borgo San Jacopo? Che era una popolazione troppo bassa per poter avviare un’analisi epidemiologica».
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