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Livorno

Il regista giapponese che sposa due culture

Il regista giapponese che sposa due culture

Il minimalismo orientale e il melodramma occidentale «Ho messo in scena lo scontro-incontro tra mondi diversi»

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LIVORNO. Il regista Hiroki Ihara conosce molto bene l’ambiente del teatro d’opera italiano. Da quando nel 1995 è stato inviato a studiare regia da noi grazie a una borsa di studio, finendo per diplomarsi all’Accademia Musicale Europea di Perugia.

Da allora si è misurato con opere di compositori quali Verdi e Mozart, ma molto più spesso è stato coinvolto nella regia di opere di ambientazione orientale, sia in Italia che all’estero. Con il direttore d’orchestra Daniele Agiman ha realizzato un sodalizio che lo ha visto impegnato dalla Corea al Politeama Greco di Lecce, dal Teatro Sakuyo in Giappone a Pergine. Di fatto è un regista tra due mondi.

«In Giappone mi chiedono molto Butterfly – spiega – in Corea piace tantissimo Turandot. Peccato perché io vorrei mettere in scena “Tristano e Isotta”».

Con Iris comunque è la prima volta. Si pensa subito a una regia minimalista. È così?

«Certo, sono giapponese. Di solito l’aggettivo minimalista viene sempre usato per le mie regie».

Ci racconti la sua Iris. È vero che i cantanti si muoveranno a piccoli passi, alla maniera giapponese?

«Sì, è vero per certi personaggi mentre per altri ho conservato la gestualità del melodramma occidentale. Ci saranno anche elementi del teatro giapponese, con le maschere. Ho voluto che si vedesse questo contrasto per mettere in scena il mondo che voleva Mascagni. Una delle chiavi di lettura è l’incontro-scontro tra due culture. L’opera risente dell’influenza che il Japonisme ha avuto in Europa, si parla di decadentismo, di orientalismo. Da noi è successo il contrario rispetto a quello che è accaduto in Europa: quando è cominciata ad arrivare la cultura occidentale il nostro paese era molto chiuso. Le cose che sono arrivate da noi però non erano tutte belle e buone. Così la cultura antica giapponese ha cominciato a corrompersi. Nel mettere in scena due culture diverse alla fine credo che ci capiremo» .

Che Giappone è quello di Mascagni?

«Non è il Giappone reale e neppure quello di Butterfly. A volte mi sembra che Iris sia più vicina alla Turandot che è ambienta in Cina piuttosto che alla Butterfly. Iris è una favola crudele ma c’è molto in lei della vera anima giapponese. Anche Liù nella Turandot di Puccini è un’eroina votata al sacrificio, ma quello di Iris che si uccide è un sacrificio diverso, lo definirei un sacrificio passivo. Iris muore ma poi rinasce sotto forma di fiore. Anche per la cultura giapponese è così: non è importante quando uno nasce o muore, è importante la vita che continua perché la vita è una catena» .

(m.t.g.)

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