Il Tirreno

Livorno

Migranti sulle barche, l’arresto non ferma il lavoro in nero - Il reportage

di Gianni Tacchi
Migranti sulle barche, l’arresto non ferma il lavoro in nero - Il reportage

Livorno, una trentina di giovani senza alcun tipo di contratto: «Non è sfruttamento, ci danno una mano e li ricompensiamo»

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LIVORNO. Due spostano alcune baie, grossi recipienti simili a tinozze, a bordo di una piccola imbarcazione. Altri due tirano delle reti da pesca a terra, un altro ancora osserva poco lontano e aspetta di aiutare chi ha bisogno. «Ogni mattina è così», sottolinea chi frequenta quella zona tutti i giorni, chi passa davanti ai Quattro Mori per andare al lavoro e chi si ferma a comprare un’orata o un paio di sogliole per pranzo. No, quello di Andrea Caroti, il 47enne pescatore livornese arrestato martedì mattina per caporalato e accusato anche di aver costretto un lavoratore irregolare a buttarsi in mare per paura di un controllo della guardia costiera, non è un caso isolato.

Sono tanti, come abbiamo riscontrato ieri mattina andando direttamente sulla Darsena Vecchia, i giovani extracomunitari che lavorano tra i pescherecci senza un contratto, tra difficoltà economiche e irregolarità continue: quasi tutti con permesso di soggiorno, vivono negli alberghi o nei centri di accoglienza della nostra città. E come spiegano gli stessi pescatori che ormeggiano su quella banchina, «verso le 8 vengono qui spontaneamente a dare una mano», ricevendo in cambio una colazione pagata e qualche pesce che altrimenti verrebbe buttato via a fine giornata.

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«Il nostro non è sfruttamento - aggiungono - tanti sono giovanissimi, non hanno niente da fare e si presentano quasi ogni mattina per aiutare, ma soprattutto per imparare qualcosa e passare il tempo. Cosa dovremmo fare? Mandarli via? Qui stanno in mezzo alla gente, fanno qualche lavoretto e piano piano imparano anche a parlare italiano. In un certo senso è integrazione, no?». Ma è anche lavoro a nero. «Sì, in parte è vero, ma sia chiara una cosa: qui non hanno alcun obbligo. Sono loro a venire, non siamo noi a chiamarli». Ed è questa, secondo i titolari dei pescherecci ormeggiati sulla Darsena Vecchia, la differenza con Caroti, che ha l’imbarcazione dall’altra parte del ponte dei Francesi, all’altezza del distributore di benzina. «Non vogliamo accusare nessuno - dicono - ma quello, almeno secondo quanto ricostruito dalla guardia costiera e dai carabinieri, sembrava uno sfruttamento sistematico, con turni di lavoro lunghissimi, offese e minacce. Qui invece non c’è niente di tutto questo: i migranti vengono, aiutano e in cambio prendono qualche pesce avanzato. È vero che è sbagliato in termini retributivi, fiscali e assicurativi, ma è altrettanto vero che aiutiamo chi è in difficoltà».

E mentre i cinque giovani extracomunitari lavorano sulla Darsena Vecchia, altri tre tirano le reti a terra sul canale dei Francesi, poi c’è qualcuno che si sposta tra un peschereccio e l’altro. «Ma stamani (ieri mattina, ndr) sono meno del solito - dice chi frequenta spesso la zona - probabilmente sono stati mandati via dai pescatori per non attirare l’attenzione, considerando il caos delle ultime ore e l’arresto di Caroti (ora ai domiciliari, ndr)». Ma quei dieci presenti nella tarda mattinata di ieri dimostrano quella che sembra la prassi, cioè un aiuto sulla banchina in cambio di un pasto e qualche pesce. «Recentemente ho assunto uno di loro in modo regolare - spiega un pescatore - mi costa circa 300 euro solo di contributi, poi c’è la busta paga. È chiaro che non posso fare di più: la crisi si sente anche qui e non posso permettermi di prendere altri ragazzi». Che lavorano comunque ogni mattina tra i pescherecci del porto, sistemando le reti e guadagnando qualcosa per andare avanti. «Sempre meglio che vederli in giro attaccati al wi-fi», chiudono i pescatori, puntando sugli aiuti e sul riflesso dell’integrazione.

 

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