Il Tirreno

Livorno

Il Villano: futuro tra restauro o nuova statua

Il pugile rilancia l’idea del recupero del simbolo «Ma è la Soprintendenza che deve dare l’ok»

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LIVORNO. Nei giorni scorsi, al circolo Norfini di via di Salviano, la Repubblica dei Villani ha chiuso la campagna che da due anni è divenuta scopo associativo unico: il restauro materiale ed immateriale della statua del Villano. Più di cento persone hanno partecipato ad una cena popolare culminata con un piccolo spettacolo offerto da Michele Crestacci da sempre testimonial di questa iniziativa. Quasi seimila euro sono stati raccolti per il rifacimento della statua che commemora l’assedio del 1496 guidato dall’imperatore Massimiliano I d’Asburgo al quale i livornesi si opposero respingendo un nemico ben più numeroso ed equipaggiato. A presiedere l’associazione è il pugile Lenny Bottai, che nel 2016 donò una parte della sua borsa ottenuta dalla vittoria del titolo italiano, con il quale facciamo il punto della situazione sul futuro di questo importante simbolo cittadino.

Bottai, da dove nasce l'idea di restaurare il Guerrino?

«Nel 2015 come molti sanno ho partecipato alle regionali nella lista di Tommaso Fattori, una candidatura individuale ma per un progetto collettivo autonomo dal resto dei partiti nella coalizione. Così, al fine di creare un qualcosa che portasse dalla mia esperienza in Regione un ritorno per il territorio, creammo la Repubblica dei Villani, per organizzare e finanziare, attraverso metà del mio compenso in caso di elezione, alcune iniziative popolari. Volendo rimarcare un'identità scegliemmo questo nome e simbolo incuriositi dal fatto che seppur importante tanto da causare il "Fides" nello stemma cittadino in pochi lo conoscevano. Dopo quell’esperienza abbiamo scelto per non alimentare la frammentazione a sinistra, nonostante le duemila preferenze, e di occuparci solo della causa identitaria per salvare la statua, il simbolo che avevamo scelto, rilevato che appunto il Villano era oltretutto abbandonato e danneggiato, ma soprattutto dimenticato».

Di che tipo di iniziative vi sareste occupati?

«Iniziative dal basso per dimostrare che la politica è, o dovrebbe essere, un'altra cosa da quella che la gente oramai purtroppo ha assimilato. Avevamo progettato di creare un ambulatorio sociale nei quartieri popolari, e poi altre iniziative come quella di San Marco, dove volevamo donare un parco giochi, sarebbero state finanziate e portate a termine senza problemi».

A proposito di San Marco, come è nato il vostro intervento?

«Da un semplice mio appello sui social raccolto da abitanti della zona e amici: la situazione nella piazza era al limite, ed abbiamo fatto in modo che tornasse in mano alla gente senza alcuna speculazione politica di stampo razzista. Con coscienza, presenza, idee, e senza tabù, allontanando quelli che erano inclini a certe attività, italiani e non, e lasciando che lo spazio ritornasse alle famiglie ed ai bimbi, italiani e non. Se la gente, il popolo, abbandona gli spazi, tutto finisce a rotoli. Questo era il messaggio».

E poi cos’è accaduto?

«E poi avevamo fatto un progetto per destinare la porta San Marco, da troppo tempo abbandonata, ad una specie di circoscrizione naturale di quartiere. Con la collaborazione di ex professori in pensione avevamo ideato di farci una stanza studio e magari dei corsi di ripetizione, ripristinare il museo risorgimentale, ed altri utilizzi degli spazi per mettere in mano al quartiere la piazza, e sostituire le telecamere e le volanti con la presenza del popolo che vive e rispetta gli spazi per scongiurarne l’abbandono. Il problema è che l'amministrazione ha nicchiato e si è impiccata coi regolamenti... Va detto anche che qualcuno delle opposizioni ha fatto questioni ed interpellanze sui murales che abbiamo fatto - quando invece avevamo chiesto il permesso - ma ad ogni modo, , contestare un murales storico di un artista come quello ingaggiato quando prima sui muri c'erano le peggiori scritte, solo per semplice strumentalizzazione dimostra quanto è avvelenato il dibattito politico in città. Poi i social, le info on line con i commenti spesso anonimi, amplificano il meccanismo».

Tornando al villano: alcuni studiosi contestano la vostra posizione dicendo che ne fate utilizzo politico, come mai?

«Ne abbiamo discusso a lungo, il termine politico è inadeguato, perché noi facciamo una lettura di classe, cosa diversa. Politici sono gli aiuti economici che certe associazioni che ci contestano magari poi vanno a chiedere alle amministrazioni, noi invece abbiamo fatto tutto in maniera popolare dal basso, senza chiedere niente a nessuno. È evidente che ogni accadimento storico viene letto in maniera diversa per ovvia necessità di classe, e noi lo facciamo dalla parte del popolo, altri probabilmente da parte delle classi dominanti. Pensare che si possa davvero farlo da un punto di vista neutro è assurdo. E’ come se gli studiosi dimenticassero che le piramidi non le hanno fatte i faraoni, a cui sono dedicate, ma gli schiavi che sono morti per erigerle. Allo stesso modo il villano ricorda un accadimento ben preciso che è la difesa dei 1496».

Qualcuno dice che sia romanzata...

«Ok, forse Romolo e Remo, l’impero romano e le sue imprese non lo sono? A Livorno manca un mito fondativo, o meglio, c'è ma nessuno lo ha mai valorizzato eccetto Badaloni e Guerrazzi, ed è il villano. A chi da noia, può andare a stare a Firenze a beatificare i Medici. È bizzarro mettere in discussione un mito fondativo, autolesionista. Mai visto un romano domandarsi come fosse possibile che Romolo e Remo poppassero da una lupa...»

Abbiamo seguito la vostra raccolta delle firme contro la decisione del referendum on-line promosso dall’amministrazione: come è finita?

«Come associazione che si occupa di questa cosa da anni, vedendo che veniva promosso senza neppure interpellarci un referendum on-line per decidere dove si sarebbe messa la statua che adesso è in largo Fratelli Rosselli, e che noi lavoravamo per restaurare, abbiamo fatto una prova di forza simbolica sovrapponendo alle poco più di cento persone che hanno votato on-line circa mille firme raccolte di persona in iniziative varie. Noi chiedevamo di spostarla ripristinando quelli che un tempo esistevano: i bastioni del villano (zona del Pamiglione). A quel punto l’amministrazione ci ha contattato e riconosciuto di aver mancato di coinvolgerci, nel frattempo però è nata una questione con la Soprintendenza e si è saputo che nella zona vi saranno dei lavori per il cambio della viabilità, si dice, per la rimozione del ponte di S. Trinità. Allora abbiamo convenuto che una nuova statua potesse essere la soluzione ed un bene per tutti. Poi però, anche raccogliendo la preoccupazione di alcuni abitanti di largo F.lli Rosselli, si è considerato che se ci fossero due statue sarebbe un’assurdità: finita la raccolta in sinergia con l’amministrazione abbiamo dunque deciso di riproporre l’istanza, con progetto definito e soldi raccolti, per recuperare quel bronzo del ‘56, rifare un nuovo basamento e valorizzarlo, accettando di metterlo nella piazza Civica, dove avrebbe un significato istituzionale. Se la Soprintendenza ancora si oppone, allora non ci possiamo fare niente ed è bene che si prenda le responsabilità di un’opposizione inutile. Altrimenti il balletto delle polemiche non finisce più anche se si deve fare del bene alla città».

Da cosa deriva questa ostinazione personale per la questione?

«Per prima cosa l’amore per Livorno, che ha bisogno di un simbolo, un mito fondativo che unisca e vada oltre alla stupida e logora diatriba politica che grazie alla polarizzazione da social sta facendo danni enormi. È un bene per tutti, l’amministrazione ha intelligentemente colto il senso e altrettanto dovrebbero fare le opposizioni, se si sentono livornesi nell’animo prima che iscritti o tifosi di questo o quel partito. Inoltre perché per puro caso mi sono un giorno imbattuto in questa storia dimenticata, mi ha incuriosito e la sua complessità mi ha stimolato. Una statua che causò la scritta “Fides” sullo stemma cittadino e nessuno conosceva. Un monumento rifatto per tre volte, con misteri sulle sparizioni, versioni diverse e contrastanti. Alcuni ci hanno aiutato, come Pardo Fornaciari, altri chissà perché si sono indispettiti. Forse perché raccogliamo mille firme in due settimane e portiamo più di cento persone a cena? Livorno è strana, remare dalla stessa parte non va di moda…»

Alessandro Guarducci

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di Redazione web