Il Tirreno

Livorno

Caprilli, quando giovedì e domenica erano l’appuntamento fisso con il rito delle ’orse

di Francesco Parducci
Caprilli, quando giovedì e domenica erano l’appuntamento fisso con il rito delle ’orse

Livorno, c’era una volta una folla di gente dentro all'ippodromo tra appassionati di ippica, belle ragazze e qualche furbo...

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LIVORNO. I cellulari erano ancora di là da venire, ma in estate, il giovedì e la domenica, non c’era alcun bisogno di sprecare una telefonata da casa. Ci si vedeva “alle corse”. Che ripensandoci ora, in questo modo di indicare non il luogo ma quello che dentro ci accadeva, c’era anche un bel po’di inesattezza lessicale, come uno dicesse “vado al film” anziché “vado al cinema”. Ma tant’è, era così che si diceva, è così che hanno detto i nostri figli, ma non lo diranno i nostri nipoti. Noi invece s’andava “alle corse”, senza saltare né un giovedì né una domenica, chi per sincera passione ippica spesso tramandata da generazioni, chi perché, a dirla tutta, tante alternative non ce n’erano. Cinema all’aperto, vabbè roba da vecchi, feste sui bagni una ogni tanto, spingersi fino a Castiglioncello una volta alla settimana quando andava bene e comunque a guardare più che a fare.



I primi arrivavano lì una mezz’ora buona prima della prima corsa, rigorosamente con lo Sportmans o almeno il programma in mano e cominciavano a discutere di quote e prestazioni, gli altri, almeno fino a metà luglio, dovevano aspettare la seconda o terza corsa quando la luce del sole se n’era andata perché altrimenti non si poteva “trabarcare”. Trabarcare? Alla lettera, tradotto dal più corretto “trabalcare”, scavalcare. Riferito alla corse significava entrare all’ippodromo senza pagare il biglietto d’ingresso. Sì, perché allora lo spettacolo aveva appeal e quindi c’era da pagare un biglietto, non come è accaduto nelle ultime volte che il buon Caprilli è stato aperto. Ma i più dei ragazzi livornesi preferivano evitare.

Chi perché quei pochi soldi potevano essere meglio investiti in una scommessa, chi perché il “trabarco” con gli anni era diventato un rito, una prova di coraggio, una specie di sfida al mondo dei grandi e all’autorità costituita. C’era, intanto, da calarsi nel fosso di fronte all’Accademia e non era uno scherzo. Ma una volta giù il più era fatto. Si risaliva dall’altra parte e si cercava un pertugio fra i cespugli là dove le tribune finiscono, più o meno alla partenza dei 1. 500 metri, e si era dentro. Tutto nell’ombra, ovviamente, aspettando fra una corsa e l’altra che le mille luci dell’ippodromo si spegnessero. E passi se qualche volta ci si rimetteva una camicia o un paio di pantaloni rimasti impigliati nei rovi, passi se, in almeno un paio di occasioni qualcuno a cui la fase discendente era andata male ci finì anche all’ospedale. Il “trabarco” andava fatto, almeno una volta, da tutti.

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Alle corse, noi nati negli anni’50, s’andava “vestiti ammodino”. Non più in cravatta e panama come si vede in certe belle foto risalenti alla Belle Epoque quando il Caprilli, visse i suoi anni più belli, ma almeno in pantaloni lunghi, camicia e mocassini. Perché anche quelli che andavano “per le corse” non potevano restare indifferenti al fatto che, oltre a loro e a quelli che avevano “trabarcato” c’erano centinaia di ragazze, dai quindici ai venticinque, belle, abbronzate, spesso eleganti. E due parole bisognava pur farle.

E poi gli eventi. Tris, Premio Livorno, Criterium, Coppa del Mare, allora collocate come a scadenzare lo scorrere dell’estate. Serate nelle quali, letteralmente, camminare era un’impresa tanta era la gente. E le corse d’inverno, la riunione del tempo rigido come amava chiamarla Giampiero Celati, storico speacker dell’ippodromo. Più intime, riservate causa il clima non di rado inclemente a un pubblico di soli appassionati. “Chi ti piace? ” “Mah, un po’Sabotino.... ” “Dai, lo sai che non fa il pesante, ha piovuto tre giorni di fila” Quei grandi bracieri fra i picchetti e il retro delle tribune intorno ai quali a volte era inevitabile andarsi a scaldare.
 

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