Il Tirreno

Livorno

Sfregiò la ex a bottigliate: condannato a 8 anni

di Federico Lazzotti
Sfregiò la ex a bottigliate: condannato a 8 anni

Il giudice ha riqualificato il reato da tentato omicidio a lesioni gravissime. L’imputato si è presentato all’udienza in Tribunale stringendo il Corano

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LIVORNO. Giada Norfini, la donna aggredita e sfregiata sotto casa con una bottiglia di vodka dall’ex marito ha preferito restare a casa e non presentarsi in Tribunale. «Non se la sentiva di trovarselo di fronte ancora una volta», ammette prima che inizia l’udienza Barbara Luceri, l’avvocata che la assiste.

Così la trentenne non ha visto Aymen Gasmi, 28 anni e origini tunisine, arrivare in aula stringendo in mano il Corano, e nemmeno ascoltato il giudice Marco Sacquegna condannare l’imputato a otto anni, cinque mesi e dieci giorni di reclusione dopo una camera di consiglio durata oltre tre ore.

Una pena finale che nella sostanza è di poco inferiore a quella chiesta dalla pubblico ministero Fiorenza Marrara (nove anni), ma che nel merito modifica il capo d’imputazione principale derubricandolo da tentato omicidio aggravato in lesioni gravissime. «In fondo – spiegano dalla Procura dopo la lettura del dispositivo : la gravità del fatto è stata pienamente confermata. Questo è il frutto dell’ottimo lavoro svolto dagli agenti della squadra mobile durate l’inchiesta e dal consulente Marco Di Paolo che ha curato l’aspetto medico legale».

Ciò emerge dagli atti del processo è un film dell’orrore vissuto dalla donna, fatto di pedinamenti, agguati, minacce, botte e frasi che gelano il cuore. «Ti giuro che ti ammazzo», «Ti toglierò tutte le cose belle della tua vita». E ancora: «Tu non vedrai più tuo figlio», «Ti dò fuoco alla macchina», «Mi vuoi far arrestare, io ti faccio morire».

Un’odissea iniziata il 28 gennaio del 2016 quando «per futili motivi» l’allora marito – giudicato pienamente capace di intendere e volere dalla perizia chiesta dall’avvocato difensore Nicola Giribaldi – ha iniziato a colpire alla testa e al viso la donna procurandole «un trauma cranico non commotivo».

È all’indomani di questa violenza gratuita che la donna ha trovato il coraggio di fare i bagagli, avviare le pratiche per la separazione – arrivata formalmente nell’ottobre successivo – e tornare a vivere assieme al figlio a casa dei genitori, nella zona della Rosa.

Secondo l’accusa che comprendeva anche le contestazioni di stalking, minacce e lesioni, è stata proprio la gelosia a innescare nell’uomo atteggiamenti persecutori. Come quella volta in ospedale – siamo nell’aprile del 2016 – quando il ventottenne ha sorpreso la moglie con un amico in ospedale e ha cercato di soffocarla davanti al figlio. Oppure tutte le altre occasioni in cui Gasmi si sarebbe appostato sotto casa dei suoceri per aspettare il rientro della ex per interrogarla su che cosa avesse fatto e chi avesse incontrato. Agli atti, inoltre, sono finiti anche i messaggi inviati dall’uomo sul cellulare nei quali accusava la ex di infedeltà e minacciandola con frasi tipo: «Te la faccio pagare...vedi cosa ti succede».

Fino alla notte del 2 aprile scorso quando l’ha aspettata all’alba dopo che la donna aveva passato una serata in compagnia di alcune amiche prima di aggredirla, fuggire ed essere fermato due giorni dopo mentre cercava di salire su un treno che da Genova lo avrebbe portato a Milano e poi chissà dove.

Le conseguenze di quella violenza furiosa sono state classificate dal consulente della Procura come «sfregi permanenti» e sono cristallizzate nel referto dell’ospedale: «Ferite multiple della faccia e della testa, una ferita profonda con esposizione ossea a livello della narice sinistra, fratture multiple al setto nasale, ferite multiple alle mani, dubbia infrazione alla parete laterale sinistra dell’orecchio, ferita al ginocchio destro, oltre a un trauma cranico non commotivo».

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