Sicurezza
«Prima le minacce e poi l’ha ucciso»
di Alessandro De Gregorio
Il vigilante si è avvalso della facoltà di non rispondere durante l’udienza di convalida: oggi la decisione del giudice
3 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Ieri mattina nell’aula udienze del carcere di Livorno Marco Longo (33 anni, di Venturina, guardia giurata) è comparso davanti al giudice Marco Sacquegna. Il gip doveva convalidare l’arresto del vigilante, eseguito venerdì sera dalla polizia e dai carabinieri, per l’omicidio del tunisino Fadhel Hamdi (32 anni), commesso nella notte tra lunedì 20 e martedì 21 nell’appartamento di quest’ultimo in via Ferrer, a Piombino.
In aula anche il sostituto procuratore Fiorenza Marrara che conduce le indagini e l’avvocato di fiducia del vigilante, Giovanni Marconi. Il giudice si è preso un giorno di tempo per sciogliere la riserva ma lo stesso legale è consapevole che sia una formalità: «L’arresto è avvenuto conformemente alla legge per un reato di quel genere e con quegli indizi – dice – per cui l’arresto verrà convalidato, è solo un fatto tecnico. Il resto è da vedere». Il difensore ripete più volte la parola «indizi». Dice che Longo è «stremato», ribadisce che «il ragazzo ha agito in uno stato di legittima difesa putativa perché è stato minacciato con un coltello e quindi ha sparato. Dopodiché, ha dato fuoco a tutto. Ma sul coltello non c’è alcun dubbio».
IL SILENZIATORE. L’avvocato insomma anticipa già quella che sarà la strategia per evitare l’ergastolo: «Ho letto di una pistola silenziata, ma tanto per cominciare il silenziatore non è stato trovato, questa è solo una presunzione dovuta al fatto che nessuno nel palazzo avrebbe sentito gli spari. Ma una calibro 7.65 non è che faccia rumori incredibili. E se non c’è il silenziatore non c’è premeditazione».
Dalla Procura si replica che la Beretta era modificata, così come lo erano i proiettili. E dall’incrocio tra l’autopsia condotta dall’anatomopatologo Marco Di Paolo e la perizia balistica verrà tutto confermato. Peraltro il consulente al quale è stata affidata la perizia balistica, Paride Minervini, ha già consegnato una prima relazione in cui spiega come quei tre proiettili siano stati modificati con un trapano, in modo da renderli maggiormente offensivi. .
ALTRI REATI. La dottoressa Marrara si limita a confermare di aver già deposto una contestazione in materia di modifica di armi con silenziatore, di averne una già pronta per detenzione e porto di munizioni illegali. E di prepararne un’altra a breve per l’incendio (reato aggravato dall’orario notturno) che dall’appartamento avrebbe potuto estendersi all’intero palazzo rischiando di fare altre vittime.
LA DROGA. Non solo. Tra le cose da accertare una volta per tutte c’è il movente. Longo ha raccontato di essere andato a casa di Hamdi alla mezzanotte di lunedì 20, per riprendersi il telefonino che l’amico ed ex fornitore di eroina gli aveva sottratto. Possibile uccidere per un cellulare? O per quel debito di circa seicento euro che Longo aveva con Hamdi e per il quale il tunisino si era preso il telefonino? Secondo gli investigatori no, perché sullo sfondo di tutta questa storia c’è in qualche modo la droga. Longo ha ammesso di aver fatto uso di eroina ma solo in passato, che gli procurava lo stesso Hamdi. Ma il dubbio è che quel debito fra i due fosse maturato ancora per le forniture di droga.
UN QUADRO DIVERSO. Dalle indagini comincia a emergere un quadro diverso, con Longo che prima ha immobilizzato l’amico sotto la minaccia di sparargli, lo lega, gli chiede di confessare qualcosa. Magari dove è nascosta la droga. Dopodiché, non ottenendo risposte, lo uccide. Poi cerca di recuperare due delle tre ogive, quelle penetrate nel torace. Non solo con il coltello, ma anche con la cover del cellulare. Infine, come ha raccontato Longo al pm, il vigilante copre il corpo di Hamdi con alcuni pezzi di carta e dà fuoco a tutto.
In aula anche il sostituto procuratore Fiorenza Marrara che conduce le indagini e l’avvocato di fiducia del vigilante, Giovanni Marconi. Il giudice si è preso un giorno di tempo per sciogliere la riserva ma lo stesso legale è consapevole che sia una formalità: «L’arresto è avvenuto conformemente alla legge per un reato di quel genere e con quegli indizi – dice – per cui l’arresto verrà convalidato, è solo un fatto tecnico. Il resto è da vedere». Il difensore ripete più volte la parola «indizi». Dice che Longo è «stremato», ribadisce che «il ragazzo ha agito in uno stato di legittima difesa putativa perché è stato minacciato con un coltello e quindi ha sparato. Dopodiché, ha dato fuoco a tutto. Ma sul coltello non c’è alcun dubbio».
IL SILENZIATORE. L’avvocato insomma anticipa già quella che sarà la strategia per evitare l’ergastolo: «Ho letto di una pistola silenziata, ma tanto per cominciare il silenziatore non è stato trovato, questa è solo una presunzione dovuta al fatto che nessuno nel palazzo avrebbe sentito gli spari. Ma una calibro 7.65 non è che faccia rumori incredibili. E se non c’è il silenziatore non c’è premeditazione».
Dalla Procura si replica che la Beretta era modificata, così come lo erano i proiettili. E dall’incrocio tra l’autopsia condotta dall’anatomopatologo Marco Di Paolo e la perizia balistica verrà tutto confermato. Peraltro il consulente al quale è stata affidata la perizia balistica, Paride Minervini, ha già consegnato una prima relazione in cui spiega come quei tre proiettili siano stati modificati con un trapano, in modo da renderli maggiormente offensivi. .
ALTRI REATI. La dottoressa Marrara si limita a confermare di aver già deposto una contestazione in materia di modifica di armi con silenziatore, di averne una già pronta per detenzione e porto di munizioni illegali. E di prepararne un’altra a breve per l’incendio (reato aggravato dall’orario notturno) che dall’appartamento avrebbe potuto estendersi all’intero palazzo rischiando di fare altre vittime.
LA DROGA. Non solo. Tra le cose da accertare una volta per tutte c’è il movente. Longo ha raccontato di essere andato a casa di Hamdi alla mezzanotte di lunedì 20, per riprendersi il telefonino che l’amico ed ex fornitore di eroina gli aveva sottratto. Possibile uccidere per un cellulare? O per quel debito di circa seicento euro che Longo aveva con Hamdi e per il quale il tunisino si era preso il telefonino? Secondo gli investigatori no, perché sullo sfondo di tutta questa storia c’è in qualche modo la droga. Longo ha ammesso di aver fatto uso di eroina ma solo in passato, che gli procurava lo stesso Hamdi. Ma il dubbio è che quel debito fra i due fosse maturato ancora per le forniture di droga.
UN QUADRO DIVERSO. Dalle indagini comincia a emergere un quadro diverso, con Longo che prima ha immobilizzato l’amico sotto la minaccia di sparargli, lo lega, gli chiede di confessare qualcosa. Magari dove è nascosta la droga. Dopodiché, non ottenendo risposte, lo uccide. Poi cerca di recuperare due delle tre ogive, quelle penetrate nel torace. Non solo con il coltello, ma anche con la cover del cellulare. Infine, come ha raccontato Longo al pm, il vigilante copre il corpo di Hamdi con alcuni pezzi di carta e dà fuoco a tutto.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
