Gioco
Morte di Jacopo, per trovare il pirata controllate 500 auto. Ora l’ipotesi satellite
Livorno, versioni contrastanti, omertà e l’unico sospettato scagionato. Così l’indagine della municipale rischia di essere archiviata
LIVORNO. Per trovare il pirata (ma potrebbero essere anche due) che la sera del 3 marzo ha ucciso Jacopo Pieri, 17 anni da compiere, non è bastato controllare 500 auto e duemila pneumatici in mezza città. E nemmeno ascoltare per due, tre volte, e addirittura in un confronto all’americana, le persone che intorno alle 21 di quella maledetta sera passavano e si sono fermate dalle parti del sottopasso di Coteto, tra via Sicilia e via Cimarosa, mentre il diciassettenne lottava, invano, tra la vita e la morte dopo essere stato sbalzato dallo scooter sul quale viaggiava e investito.
Ricostruzioni che non concordano, vuoti di memoria voluti o casuali e una dose di omertà che non smette di indignare, sono gli ingredienti investigativi che rischiano di trasformare la morte di Jacopo in un’indagine senza via di uscita. E soprattutto senza colpevoli. Ecco perché prima di buttare nel cestino tutto il materiale raccolto e archiviare l’inchiesta coordinata dal pubblico ministero Giuseppe Rizzo, gli investigatori hanno ipotizzato perfino di chiedere agli Stati Uniti le immagini satellitari di quella notte per vedere se dall’Universo hanno visto di più e meglio di chi era a pochi metri dal luogo dell’incidente.
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Difficile – ammette anche chi indaga – pensare che ciò avvenga, anche visti i precedenti no da parte del governo statunitense a richieste simili. Ma un tentativo potrebbe essere fatto. In attesa di una svolta a farsi avanti, dopo otto mesi di dolore e silenzio, sono i genitori di “Pino”, come gli amici chiamavano Jacopo. Il loro appello è contenuto nella lunga e straziante lettera che pubblichiamo nella pagina a fianco nella quale ripercorrono quanto successo tra amarezze, solitudini e vuoti, esortando, infine, chi ha visto «a farsi avanti». Perché – scrive il padre Andrea – «per raccontare la verità non è mai troppo tardi ed aiuta ad alleggerirsi l’anima, sempre che, chi commette tali infamie, un’anima la possieda». Possibile che queste parole scuotano finalmente le coscienze di chi fino ad oggi si è voltato dall’altra parte?
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Se lo augura chi ha voluto bene a “Pino” e lo sperano gli agenti della sezione di polizia giudiziaria della municipale che in oltre otto mesi di inchiesta più volte hanno pensato di essere a un passo dalla soluzione del caso. La prima volta è successo poche settimane dopo la tragedia quando dalle telecamere intorno alla zona dell’incidente è spuntata l’immagine di una macchina di cui si riconosceva il modello. È da quel fotogramma che gli agenti sono risaliti a un trentenne livornese, poi scagionato dal test comparativo tra la vernice dell’auto e quella dello scooter del diciassettenne.
Un’altra speranza era arrivata nel momento in cui dopo mesi ricerche al comando della Municipale si era presentata la “donna bionda”, considerata la testimone chiave perché vista vicino al corpo di Jacopo da due automobilisti. Anzi di più: secondo una prima ipotesi il sospetto è che proprio lei avesse investito l’adolescente nel momento in cui era stato sbalzato nella carreggiata opposta. Ma anche in questo caso gli agenti non hanno trovato conferme: nessun segno sospetto sull’auto e nessuna corrispondenza tra i pneumatici e i segni trovati sul corpo di Jacopo. Così è successo nei mesi successivi per altre 499 volte, tutte quelle in cui gli investigatori hanno controllato i tre modelli di auto che potevano montare le gomme incriminate senza trovare la strada che porta alla soluzione del caso.
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