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Il babbo di Jacopo: "Hai visto morire nostro figlio, se hai un’anima fatti avanti" - Video
Livorno, a otto mesi dalla morte dell'adolescente in un incidente stradale la lettera della famiglia che si rivolge al pirata e ai testimoni: "Chiedete perdono a voi stessi, chiedete perdono ai vostri genitori, perché non debbano mai patire quanto noi"
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La sera del 3 marzo scorso Jacopo Pieri, 17 anni, è stato ucciso da un'auto pirata a Livorno. Dopo mesi di indagini il colpevole non è stato ancora identificato. Il padre del giovane ha affidato al Tirreno questa straziante lettera.
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Facciamo un appello a tutti coloro che, coinvolti direttamente o semplici testimoni di quanto accaduto, non hanno ancora avuto il coraggio di farsi avanti. A otto mesi da quella maledetta sera di venerdì 3 marzo, io e la mia famiglia, siamo ancora in attesa di capire cosa sia avvenuto all’incrocio tra via Sicilia e via Bedarida, chi abbia causato l’incidente, chi fosse presente. Siamo ancora in attesa di capire chi abbia potuto causare la morte di un ragazzo di 17 anni e si sia così vigliaccamente dileguato. Chi abbia assistito a quanto è avvenuto e non abbia avuto ancora la forza, la bontà o l’onestà di farsi avanti. Facciamo appello a tutte le persone di buon cuore che sanno qualcosa, che ricordano, che hanno visto e possano essere d’aiuto.
Non servirà a restituirci l’affetto di nostro figlio Jacopo ma servirà a restituire, a tutti coloro che hanno subito questa irrimediabile perdita, un minimo senso di giustizia e di fiducia nel prossimo. Non abbiate paura di fare ciò che è giusto. Se qualcuno sa e ha visto, faccia uno sforzo, si convinca che farsi avanti è un atto dovuto e se ancora avesse qualche dubbio ci pensi dieci, cento, mille volte ancora fino a quando non si convincerà che è la cosa giusta da fare, qualunque conseguenza porti con sé.
La verità non deve essere temuta. Mai! Non ci possono essere dubbi su questo, il resto è omertà, vigliaccheria, ingiustizia, cattiveria. E sia chiaro, questi principi, oggi, valgono per Jacopo, ma domani varranno per tutti gli altri ragazzi e ragazze, uomini e donne, genitori e figli che avranno la sfortuna di trovarsi in questa stessa situazione. In futuro, Dio non voglia, potrebbero valere anche per voi stessi e per i vostri cari. Non so chi siate e che cosa portiate nel profondo del vostro animo. Se sentiate il peso per quanto commesso, per non esservi fatti avanti pur sapendo e come riusciate ad essere così vuoti ed insensibili da non provare né rimorso né un seppur piccolo sussulto. Se un giorno dovesse venirvi mai in mente di chiedere perdono a qualcuno, non chiedetelo a Jacopo e neanche alla sua famiglia, non vi servirebbe e non servirebbe a noi che abbiamo ormai la vita irrimediabilmente mutilata.
Chiedete piuttosto perdono a voi stessi, se ancora riuscirete a guardarvi allo specchio, chiedete perdono ai vostri genitori, perché non debbano mai patire quanto stiamo patendo noi, ma sopratutto chiedetelo ai vostri figli, se ne avete o se ne avrete mai, perché non so come riuscirete a guardarli negli occhi ed accompagnarli nella loro vita fino a farli divenire uomini e donne, giusti e responsabili delle proprie azioni. Non so come potrete ancora stringerli a voi e dire “amore mio ti voglio bene”, senza che vi venga in mente il volto di Jacopo, un ragazzo di 17 anni, che amava la vita e che invece è stato lasciato morire terrorizzato e solo sull’asfalto di via Sicilia.
A noi non resta che un vuoto enorme, insopportabile, che una ciocca dei suoi riccioli neri e il ricordo di quel sorriso splendido, solare, amichevole, dolcissimo, non riusciranno mai a colmare. Vi invito ancora una volta a mettervi nei nostri panni, a guardare dentro voi stessi e trovare la forza e la dignità per fare un passo avanti. La perdita di un figlio porta con sé un dolore che non si può descrivere e che il passare del tempo non lenisce. Un dolore che ti scava dentro, giorno dopo giorno come un tarlo, che quotidianamente ti svuota e ti finisce. Una disperazione che pone domande senza offrirti risposte, enigmi privi di soluzione. Quante volte ci siamo chiesti “com’è stato possibile”? “Perché”?
La presa di coscienza della perdita non preclude l’incosciente speranza di recuperarla, anche quando si è consapevoli di inseguire sogni. In molti ci hanno parlato di segnali, di sussurri, di stanza accanto e di un mondo parallelo che sappiamo noi quanto vorremmo poter conoscere. Non ci crediamo, non ci abbiamo mai creduto, ma la disperazione spinge la mente in luoghi che mai avremmo pensato di voler ostinatamente cercare. Ognuno di noi tenta di sopravvivere al proprio dolore inventandosi un metodo, e allora io osservo, ascolto, mi isolo al buio nella sua stanza, mi stendo sul suo letto sperando che qualcosa riesca ad ingannarmi. Sperare costa poco, giusto la delusione di arrivare a sera senza aver percepito, intravisto, sentito, per poi tornare di nuovo a sperare il giorno dopo. Quelle maledette due parole, “mai più” martellano dentro, ci tolgono il fiato. Mai più entrerà da quella porta, mai più sentiremo la sua voce chiamarci, mai più lo vedremo calciare quel pallone che amava tanto. Mai più! Mai più!
Ci manchi da impazzire, da toglierci il fiato. Fischietto e rifischietto la tua canzone, guardo e riguardo le tue foto, bacio e ribacio la tua lapide, ogni giorno, più volte al giorno. Lacrime su lacrime, giornate che non sai come portare a termine, non sai come resistere a quel senso di angoscia, di oppressione che ti attanaglia, soprattutto al calar della sera, quando finita la giornata tornavamo a riunirci per la cena. Tu alla mia destra, mamma di fronte ed Alice al fianco. Foto alle pareti, le dediche dei tuoi amici, le tue cose scorrono davanti agli occhi quotidianamente, senza che riescano a consolarmi. Il giorno dopo torno a parlarti, a chiamarti, ad aspettare un segno, un sussurro.
Perché, se davvero esiste, l’altro mondo deve restare parallelo? Possibile che in qualche luogo non possa convergere, incrociarsi? Come ci si arriva? Qualcuno l’ha mai visto? Una macchina del tempo, ecco cosa ci vorrebbe. Una macchina del tempo che ci consenta di tornare indietro per dirti tutto ciò che sentiamo, che è rimasto strozzato dentro. Per dirti quanto ti vogliamo bene, per chiederti mille scuse, per abbracciarti, baciarti, ridere ancora una volta in tua compagnia. Per rimanere muti a guardarti sorridere mentre ti sistemi il ciuffo e ci osservi sornione.
A volte mi assale, fortissima, la voglia di scappare, di correre via, di camminare all’infinito, senza meta. È da quella maledetta notte che io e mamma sentiamo questa necessità, da un attimo dopo aver saputo che ti avevamo perso per sempre. Forse un tentativo di difenderci, istinto di sopravvivenza contro il dolore dolce e terribile dei ricordi, ma forse non solo. Forse la voglia di fuggire nasce dalla ricerca, dal tentativo di raggiungere quel luogo, dove il tuo mondo parallelo possa incrociarsi con il nostro ed essere finalmente, di nuovo, magnificamente insieme. Che stupidaggini, Jacopo non c’è più e non ci sarà “mai più”.
Ecco sono tornate le due maledette parole, martellano di nuovo. Eppure sarebbe bastato così poco. Già, sarebbe bastato un semaforo rosso in più o in meno, qualche secondo perso a leggere un messaggio sul cellulare, la cerniera della borsa che non vuole saperne di chiudersi, insomma, una manciata di secondi. Cos’è una manciata di secondi per un ragazzo di 17 anni che ha ancora tutta la vita davanti? La stessa manciata di secondi che cercava di risparmiare colui che, anziché utilizzare la rotatoria, ti ha strappato alla vita con una manovra scellerata. Da pazzi solo pensarci, una manciata di secondi in cambio di un’intera vita. Come si fa ad accettare una tale ingiustizia?
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Almeno ci fossimo salutati come si deve, ti fossi corso incontro ad abbracciarti, a darti un bacio. Invece, da lontano, solo un “fai ammodino topo, ci si vede stasera” e tu con il solito pollice alzato come a dire “ok babbo, non ti preoccupare”. Avevi ragione, non dovevo preoccuparmi di te, ma degli altri. Dovevo preoccuparmi di persone capaci di lasciar morire sull’asfalto un ragazzo di 17 anni senza fermarsi, senza assumersi le proprie responsabilità, neanche dopo mesi. Non dovevo fidarmi di persone talmente aride e insensibili da riuscire a sopportare un tale peso senza il minimo rimorso, continuando a vivere serenamente la propria vita dopo aver commesso una tale infamia.
Quante volte l’ho detto a Jacopo, quante volte. “Jaky, si può anche sbagliare, l’importante è assumersi le proprie responsabilità cercando di rimediare, quando possibile, all’errore”. Ricordi quando a scuola hai fatto quella stupidaggine? Sei stato anche sospeso per qualche giorno. Passata l’arrabbiatura del momento, babbo e mamma, ti sono stati vicini, sono stati dalla tua parte mettendoti però di fronte alle tue colpe. E tu hai capito, hai ammesso l’errore, scontando di buon grado la punizione. Questi sono i principi che da sempre abbiamo cercato di insegnare a nostro figlio: lealtà, giustizia, bontà, altruismo, correttezza e quant’altro.
Voi che siete scappati o non avete avuto la forza di farvi avanti cosa insegnerete ai vostri figli? La viltà? La cattiveria? L’ingiustizia? Non affannatevi a cercare scuse. Non volevo, non sapevo, non credevo. Lo spessore morale e la dignità di ogni individuo non dipende dalla sfortuna, dal caso o dagli altri ma sempre e solo dal valore e dal tenore delle proprie azioni. L’azzardo, la disattenzione, la paura del momento, non si possono perdonare ma si possono comprendere, nessuno è infallibile, ma la vigliaccheria, l’omertà e la malafede invece no, non sono né perdonabili, né comprensibili perché dipendono solo dalla propria inumanità e dall’odiosa ed inammissibile volontà di farla franca, qualunque siano le conseguenze delle proprie azioni.
Quando si è colpiti da eventi così dolorosi si viene sopraffatti da un senso di smarrimento e disperazione dal quale diviene impossibile affrancarsi, nonostante ci siano persone che sentiamo vicine e che vogliamo ringraziare dal profondo del cuore. Familiari, amici, conoscenti che si sono prodigati per organizzare eventi ed iniziative meritorie a nome di Jacopo. Speriamo di riuscire a promuovere tali iniziative anche in futuro. Qualche amico ci ha esortato a non farci sopraffare dall’odio e dalla rabbia. Non c’è questo pericolo, abbiamo il cuore già così colmo di dolore e disperazione che rabbia e odio non troveranno facilmente spazio.
Nel nostro cuore resta forse un piccolo pertugio riservato alla speranza che qualcuno, finalmente, abbandoni gli ultimi dubbi, si scuota dal torpore e decida, finalmente, di fare la cosa giusta. Per raccontare la verità non è mai troppo tardi ed aiuta ad alleggerirsi l’anima, sempre che, chi commette tali infamie, un’anima la possieda.
*babbo di Jacopo Pieri
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