Meningite C, Veronica ora è a casa. I medici: «Così l’abbiamo salvata dalla morte»
Livorno, i primari di rianimazione e malattie infettive Roncucci e Sani: «Fondamentale la tempestività della diagnosi e delle cure»
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LIVORNO. Venerdì mattina Veronica La Bella, 43 anni e tre figli, ha preso la valigia e ha varcato la soglia del reparto di malattie infettive, dopo 27 giorni passati in ospedale. Ad accompagnarla, mano nella mano, c’era il marito, Massimiliano Del Preposto, che in questo mese di paura non l’ha lasciata sola mai.
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È il lieto fine di una storia che ha colpito tutta Livorno, quella di una donna normale, una mamma e una lavoratrice, che una mattina si sveglia con la febbre e non ci fa caso. Porta i bambini a scuola, va ugualmente nel bar dove fa la cuoca e passa tutto il giorno ai fornelli. Arriva a casa la sera, si infila nel letto sperando di star meglio e il giorno dopo si ritrova in un incubo: la meningite C, una forma di meningite C molto aggressiva, che in poche ore potrebbe condurla alla morte.
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Se Veronica oggi sorride e cammina, il merito è della prontezza di reazione e della professionalità con cui l’ospedale di Livorno ha risposto quella mattina del 22 ottobre, quando insieme al marito è arrivata al pronto soccorso. È la sanità che funziona, il miracolo che si ripete in silenzio, quotidianamente, nei padiglioni di viale Alfieri. Raccontarlo, talvolta, è una rassicurazione, un soffio di speranza per i cittadini. «La precocità della diagnosi e la tempestività del trattamento sono stati fattori fondamentali di successo», spiegano Paolo Roncucci e Spartaco Sani, i primari di rianimazione e di malattie infettive, che con le loro equipe in questo mese hanno condotto passo passo la battaglia di Veronica verso la vita. «È stato bravo il marito a portarla subito qui - evidenziano i due medici -. La signora era completamente ricoperta da petecchie, manifestazioni cutanee microemorragiche che rappresentano un sintomo chiaro della meningite. Davanti a una situazione del genere bisogna subito andare in ospedale».
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Quando è arrivata al pronto soccorso, Veronica era cosciente, lucida, rispondeva agli stimoli. «La tempestiva diagnosi ha permesso di trasferirla all’istante in rianimazione. Abbiamo iniziato immediatamente il trattamento antibiotico, ma allo stesso tempo abbiamo avviato una terapia di rafforzamento del sistema immunitario e una di depurazione dalle sostanze tossiche prodotte dai batteri», racconta Roncucci.
«Fin dal primo momento - aggiunge - è stata fondamentale la collegialità del trattamento che ha visto lavorare fianco a fianco i medici del pronto soccorso, i rianimatori, gli infettivologi, i nefrologi e il laboratorio di analisi». Pur essendo domenica, l’alba di domenica, la macchina ospedaliera ha risposto perfettamente.
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Non è stato facile. La 43enne ha avuto difficoltà respiratorie e una serie di insufficienze multiorgano. E nelle prime 24-48 ore ha lottato corpo a corpo contro la morte. «Ma sono sempre stato convinto che sarebbe andata bene - racconta Spartaco Sani -. In questi casi le possibilità di salvare la vita derivano anche dal fatto che il paziente sia subito allocato in terapia intensiva, in una terapia intensiva che abbia un bagaglio di esperienza, di casistica in grado di affrontare queste situazioni, come a Livorno, che tra l’altro ha due stanze di isolamento che consentono di gestire i pazienti in regime di sicurezza per tutti. E pensare che 15 anni fa un caso di questo tipo sarebbe stato mandato subito a malattie infettive...».
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Vinta la prima battaglia, Veronica e i medici ne hanno dovuto combattere subito un’altra: le complicanze tipiche della sepsi meningococcica. «In questo caso si trattava di complicanze gravi - spiega Sani -, la cosiddetta purpura fulminans legata alle numerose emorragie che si erano formate, una situazione che comporta danni ai vasi periferici e il rischio di perdere le estremità degli arti». Un’ipotesi che ad oggi sembra scampata: trasferita dopo 10 giorni da terapia intensiva a malattie infettive, Veronica La Bella si è alzata e ha iniziato a camminare. «Avremmo potuto dimetterla già una settimana fa - racconta Sani -, ma abbiamo voluto che iniziasse qui il percorso riabilitativo».
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