Gioco
Bobo Rondelli e il suo amore per piazza Garibaldi: qui sono cresciuto, rilancio anche a colpi di musica
di Dario Serpan
Livorno, il cantautore e il suo rapporto con il rione: «Usciamo, incontriamoci: anche io darò il mio contributo»
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LIVORNO. «Usciamo, incontriamoci. Salviamoci dalla paura del diverso e dalla logica del “si salvi chi può. Anche la musica può fare la sua parte per eliminare le barriere e il razzismo, e in piazza Garibaldi mi auguro che accada. Sarebbe bello se quella piazza diventasse un luogo d’incontro. Le grandi città ci insegnano che le diverse etnie fanno fatica a integrarsi, ma Livorno ha un’altra storia. Qui potrebbe essere diverso». Bobo Rondelli, che in piazza Garibaldi ci è cresciuto e tuttora la frequenta, pensa questo. E al Tirreno racconta il suo rapporto col quartiere..
Ma diverso come? Una piazza da vivere, anziché stare ognuno in casa propria; un luogo dove togliere terreno alla diffidenza, anziché fomentarla; dove lo stare bene insieme e il conoscersi siano il miglior antidoto al degrado. Nel contesto del progetto di rigenerazione sociale e culturale del quartiere, che si chiama “Sicurezza in Garibaldi”, si ergono le voci di chi quel quartiere lo vive e lo interpreta.
«Io – dice Bobo – spero che non sia una riqualificazione borghese, ma della gente, quella che vive lì da tempo o che vi arriva da altri posti. Che sia un luogo di incontro, anche per chi non ha nulla. La riqualificazione a base di vini buoni mi ha stufato, meglio le anime buone». Mentre si prova a cambiare anche fisicamente il volto della piazza, c’è un piccolo palco che sta nascendo, con l’intento di dedicarlo allo spettacolo e all’intrattenimento; quindi anche alla musica. «Anche io darò il mio contributo – afferma il cantautore livornese - purché non sia una strumentalizzazione politica, io vado oltre. Io lotto perché anche i vecchi del luogo abbiano più serenità e meno paura. Tifo per loro visto che anche io mi sto avvicinando alla vecchiaia. Tifo per quel senso di comunità che si è perso. E un luogo di musica può farci ritrovare in piazza. Quando si crea un clima di festa la malavita si allontana».
Musica autoctona o di altri posti, dentro un quartiere multietnico che, nel pensiero dell’artista, potrebbe essere una bella risorsa per la città. Lui che nel suo ultimo disco canta le “Anime storte” e invita a non cadere nella trappola del giudizio.
«Livorno – continua Bobo – è una città di ampie vedute con ristrettezze mentali». Ma in una canzone del nuovo album, “Cartolina di giornata”, c’è anche il valore del perdono per la città e “le sue brutte cose”. «Sì – dice Rondelli - Il sole splende a Livorno e ci sono un sacco di posti e momenti belli che ti fanno legare alla città e perdonare alla vita le sue brutte cose. Livorno resta una città di passaggio, invece si potrebbe valorizzarla di più sotto l’aspetto turistico, e questo vale anche per piazza Garibaldi. Oltre alle sue bellezze naturali, c’è il fatto che a livello artistico e culturale Livorno è una delle città più importanti del ‘900 in Italia. A me piace che abbia nel suo dna la capacità di non essere razzista; in questo ha una marcia in più rispetto ad altri luoghi della Toscana e bisognerebbe cominciare a farcene un vanto». Accoglienza, dunque, voglia di stare insieme superando la deriva di una guerra tra poveri, e anche un po’ di sana utopia. «La parola poesia viene dal greco e vuol dire “colui che fa”, non chi scrive parole. In piazza Garibaldi io vedo anche tanti giovani che si riboccano le mani e hanno sogni da realizzare. Quindi fanno poesia. Sono portatori di utopia, ma senza di essa che mondo sarebbe? La loro voglia di fare e di cambiare le cose emoziona, purché non ci sia rancore verso i vecchi, che sono memoria ed espressione della civiltà».
Ma diverso come? Una piazza da vivere, anziché stare ognuno in casa propria; un luogo dove togliere terreno alla diffidenza, anziché fomentarla; dove lo stare bene insieme e il conoscersi siano il miglior antidoto al degrado. Nel contesto del progetto di rigenerazione sociale e culturale del quartiere, che si chiama “Sicurezza in Garibaldi”, si ergono le voci di chi quel quartiere lo vive e lo interpreta.
«Io – dice Bobo – spero che non sia una riqualificazione borghese, ma della gente, quella che vive lì da tempo o che vi arriva da altri posti. Che sia un luogo di incontro, anche per chi non ha nulla. La riqualificazione a base di vini buoni mi ha stufato, meglio le anime buone». Mentre si prova a cambiare anche fisicamente il volto della piazza, c’è un piccolo palco che sta nascendo, con l’intento di dedicarlo allo spettacolo e all’intrattenimento; quindi anche alla musica. «Anche io darò il mio contributo – afferma il cantautore livornese - purché non sia una strumentalizzazione politica, io vado oltre. Io lotto perché anche i vecchi del luogo abbiano più serenità e meno paura. Tifo per loro visto che anche io mi sto avvicinando alla vecchiaia. Tifo per quel senso di comunità che si è perso. E un luogo di musica può farci ritrovare in piazza. Quando si crea un clima di festa la malavita si allontana».
Musica autoctona o di altri posti, dentro un quartiere multietnico che, nel pensiero dell’artista, potrebbe essere una bella risorsa per la città. Lui che nel suo ultimo disco canta le “Anime storte” e invita a non cadere nella trappola del giudizio.
«Livorno – continua Bobo – è una città di ampie vedute con ristrettezze mentali». Ma in una canzone del nuovo album, “Cartolina di giornata”, c’è anche il valore del perdono per la città e “le sue brutte cose”. «Sì – dice Rondelli - Il sole splende a Livorno e ci sono un sacco di posti e momenti belli che ti fanno legare alla città e perdonare alla vita le sue brutte cose. Livorno resta una città di passaggio, invece si potrebbe valorizzarla di più sotto l’aspetto turistico, e questo vale anche per piazza Garibaldi. Oltre alle sue bellezze naturali, c’è il fatto che a livello artistico e culturale Livorno è una delle città più importanti del ‘900 in Italia. A me piace che abbia nel suo dna la capacità di non essere razzista; in questo ha una marcia in più rispetto ad altri luoghi della Toscana e bisognerebbe cominciare a farcene un vanto». Accoglienza, dunque, voglia di stare insieme superando la deriva di una guerra tra poveri, e anche un po’ di sana utopia. «La parola poesia viene dal greco e vuol dire “colui che fa”, non chi scrive parole. In piazza Garibaldi io vedo anche tanti giovani che si riboccano le mani e hanno sogni da realizzare. Quindi fanno poesia. Sono portatori di utopia, ma senza di essa che mondo sarebbe? La loro voglia di fare e di cambiare le cose emoziona, purché non ci sia rancore verso i vecchi, che sono memoria ed espressione della civiltà».
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