Gioco
Gessica Notaro: "Per sconfiggere gli stalker dateci quei braccialetti"
Miss Italia 2007, è stata sfregiata con l'acido dall'ex fidanzato Edson Tavares. È stata nominata cavaliere dal presidente Mattarella
C'è anche Gessica Notaro, la giovane riminese aggredita e sfregiata con l'acido dall'ex fidanzato, lo scorso gennaio, tra i destinatari delle 30 onorificenze al merito conferite dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella. La ragazza è stata insignita come Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana "per il coraggio e la determinazione con cui offre la propria testimonianza di vittima e il suo impegno nell'ambito della sensibilizzazione sul tema del contrasto alle violenze di genere". Noi l'abbiamo intervistata pochi giorni fa.
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LIVORNO. «Ho paura. Certo. Ogni volta che parcheggio l’auto davanti casa: me lo vedo spuntare da un cespuglio. Ma non voglio che questa sensazione di allerta mi abbandoni del tutto. Mi serve per preservarmi». È anche questo il coraggio di Gessica Notaro, miss Romagna, finalista a miss Italia 2007. Puntare lo sguardo al centro della propria paura, il luogo imprecisato, l’ombra dalla quale spunti, di nuovo, lui, l’uomo nero con la bottiglia d’acido. Mai distogliere lo sguardo dallo specchio. È il memento quotidiano: “Il tuo ex ti ha sfregiata”. Segnata a vita. Ma non trasformata in una vittima. Non ce l’ha fatta. Piangi, ridi, soffri e difendi le altre donne. Ti batti perché il braccialetto elettronico anti-stalker non resti una legge vuota (FIRMA LA PETIZIONE); perché ai violenti non siano più garantiti gli sconti di pena; perché alle vittime di violenza sia garantito il diritto di precedenza in tribunale: il codice rosso dei processi.
Partiamo dalla fine. Lei è stata sfregiata con l’acido a gennaio 2017: ha ancora paura?
«Sì. Soprattutto la sera Non sto mai da sola in alcun momento della giornata. Nella maniera più assoluta, sono sempre accompagnata anche perché, purtroppo non sono più autosufficiente. L’occhio sinistro è bendato, quindi non possono nemmeno guidare. Ma anche se sono accompagnata, la sera quando lascio l’auto nel parcheggio davanti a casa dove sono stata aggredita, me lo vedo spuntare fuori da tutti i cespugli. Sì lui, il mio aggressore».
Ha chiesto se sparirà questa sensazione di paura?
«Non ho chiesto e penso che sia un processo estremamente personale. Dipende, credo, da quanto sarò brava a lavorarci. Il tempo aggiusta tante cose, ma io non voglio mandare via del tutto questo stato di allerta: è un bene imparare a preservarsi con maggiore attenzione, anche nel futuro, anche perché ci sono pazzi e pazze che giustificano quello che il mio ex mi ha fatto. E questo è gravissimo».
Da (ex) vittima di violenza oggi saprebbe indicare quali comportamenti in una relazione devono suonare come “campanelli d’allarme?
«La mia esperienza è singolare: il mio ex non mi ha mai messo un dito addosso durante la nostra relazione. Ma è partito tutto da una situazione di violenza psicologica. E, in generale, tutto parte sempre da qui. Per violenza psicologica intendo il non rispettare gli spazi dell’altro. Io non avevo a fianco una persona gelosa che mi impedisse di vestire in un certo modo o di uscire da sola. Voglio citare un piccolo esempio significativo: lui fumava, io no. Nella convivenza io gli chiedevo gentilmente di fumare in terrazza o in giardino e lui reagiva diventando aggressivo e fumando dentro casa. Quando provavo a impormi, se mi addormentavo davanti al televisore lui mi fumava proprio sopra la testa per dispetto».
C’è stato un momento in cui ha pensato: “questo comportamento può portare alla violenza fisica”?
«Una volta durante un litigio ha avuto uno scatto. Aveva il tubo dell’acqua in mano perché stava annaffiando il giardino, si è girato di colpo e ha iniziato a spararmi il getto in faccia. Non è stato doloroso, ma è assolutamente umiliante. Ho iniziato a pensare: “Questa persona non ha il controllo della situazione. Ora ha il tubo dell’acqua in mano, ma se avesse avuto qualcos’altro?” ».
Ha mai condiviso con qualcuno i suoi dubbi?
«Ho sempre parlato con gli amici, con mia madre, con i colleghi di lavoro. Non sono mai rimasta in silenzio».
Che cosa le hanno suggerito?
«Il problema è che lui era una persona che sapeva farsi volere bene un po’ da tutti. Mia madre gli era molto legata. E conoscendo il mio carattere molto forte mi diceva “Eh, Gessica sei talmente polemica che a volte a una persona tiri fuori il nervoso”. Quindi mi mettevo sempre in discussione. Non lo giustificavo, ma mi facevo un esame di coscienza e pensavo che la colpa delle discussioni fosse a metà».
Invece, lei è stata aggredita. Come si convive leggendosi in faccia la violenza subita ?
«All’inizio era molto difficile, ma per un impatto estetico. Per altri questo l’impatto può essere un problema grande, ma io non sono mai stata troppo schiava dell’aspetto esteriore. Per me la difficoltà non è stata vedermi le cicatrici, ma la funzionalità della faccia: svegliarmi la mattina, piena di dolori, il viso che tirava in maniera pazzesca, gonfio, non riuscire nemmeno ad aprire la bocca. La situazione di disagio estremo. Poi c’era anche vederti devastata: quella era la ciliegina sulla torta. Ma ora che sto molto meglio, sono contenta quando vedo che la mia faccia migliora, ma non è il mio cruccio peggiore vedere le cicatrici».
Però, il suo aspetto è un pro memoria costante di essere stata vittima di violenza.
«Sicuramente con l’aggressione quell’uomo ha ottenuto quello che voleva: che non mi dimenticassi di lui. E tutto il primo periodo quando mi guardavo allo specchio mi ricordavo di lui».
E ora?
«Ora vedo me stessa, lui non mi viene neppure più in mente. Vedo le cicatrici allo specchio, ma soprattutto vedo me stessa migliorata a livello spirituale, vedo una donna, sono cresciuta. È tutto diverso».
Molti casi di violenza sono conseguenza dell’inefficacia delle misure di prevenzione. Pensa che migliorerebbe la situazione attivando i braccialetti elettronici anti-stalker?
«Sarebbe una bella svolta. Finora, però, si sono monitorati gli stalker solo con i braccialetti elettronici degli arresti domiciliari. Invece bisogna attivare quelli che consentono di verificare la posizione della donna e se il potenziale aggressore si trova a una distanza di sicurezza dalla potenziale vittima, Magari una distanza di sicurezza reale. A me avevano dato una distanza di sicurezza di 50 metri dal mio stalker».
Nel frattempo come si può prevenire la violenza?
«Bisogna lavorare più sul prima che sul dopo. Istituzioni e forze dell’ordine devono prendere più seriamente in considerazione le richieste di aiuto. Ci può essere la donna che esagera per mettere su lastrico un uomo che non ha fatto nulla. Ma non si può far rischiare la vita alle persone per un dubbio: si deve intervenire subito, andare a fondo. Anche perché quando accadono le tragedie, si vanno a rovinare due vite: quelle della vittima e quelle dell’aggressore. Faccio un esempio: quando si ferma una persona che guida in stato di ebbrezza, resta senza patente e viene obbligata a frequentare un corso per riprenderla; il potenziale aggressore deve essere obbligato a seguire un percorso con specialisti. Poi c’è la questione giudiziaria».
Anche la giustizia deve cambiare a nei confronti della violenza contro le donne?
«Certo. L’associazione Doppia Difesa (quella dell’avvocatessa Giulia Bongiorno e i Michelle Hunziker) con la quale collaboro ha lanciato una proposta: istituire un “codice rosso” in tribunale per i processi di violenza. Come in pronto soccorso i casi gravissimi passano avanti a quelli meno gravai, i giudici devono dare la priorità alle cause di violenza su quelle di truffa, furto e di reati meno gravi».
E per le pene come si devono comportare? Niente sconti o riti abbreviati?
«Considero questa possibilità una stronzata megagalattica (espressione testuale). Gli sconti e il rito abbreviato si possono concedere a chi è imputato per truffa o furto, non a chi perseguita, sfregia, violenta una donna».
Pensa che una vittima di violenza possa perdonare?
«Dipende da cosa si intende per perdonare. Se si intende: “Ti perdono, torniamo amici”, no. Se si intende, invece: non porto alcun rancore per questa storia che spero ti insegni a essere una persona migliore, è probabile. Ma bisogna che lui sia disposto a chiedere scusa e ad ammettere quello che ha fatto. Per ora, però, non ammette nulla. Se mai mi facesse sapere che è pentito lo perdonerei. Gli direi: cerca di diventare una persona migliore, lontano da qui. Qui non lo voglio. Dovrebbe parlarmi tramite terzi: non mi si deve presentare davanti.Chiamerei la polizia. Però, perdonarlo sarebbe utile. Mi alleggerirebbe. Mi sentirei libera dopo essere riuscita a superare un ostacolo del genere».
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