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viaggio nella storia
Quando il virus a Livorno faceva 60 morti al giorno
LIVORNO. Era il 1700 e nella nostra città le epidemie di influenza provocavano una sessantina di morti al giorno, circa duemila morti in un mese su una popolazione che all’epoca si attestava sui...
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LIVORNO. Era il 1700 e nella nostra città le epidemie di influenza provocavano una sessantina di morti al giorno, circa duemila morti in un mese su una popolazione che all’epoca si attestava sui 30mila abitanti. Un dato scioccante visto con gli occhi di oggi. Lo si scopre nella tesi di laurea scritta da Zita Falleni nel 1953 e ripubblicata nel 2006 sul “Il Magistrato di Carità”, un organismo pubblico attivo a Livorno fra il XVII ed il XVIII secolo per venire incontro alle necessità di vaste sacche di povertà presenti nel territorio livornese.
L'ente si avvaleva di lasciti e donazioni private per poter distribuire il pane alle due principali fasce di poveri ovvero i “questuanti”, che vivevano di elemosine, ed i “vergognosi”, coloro che cercavano di nascondere la loro condizione di miseria.
Il “Magistrato di carità” era un po’ l'antesignano della “Congregazione di carità” istituita nei comuni italiani dal 1862 in base alla “Legge Rattazzi” a cui è quindi succeduto nel 1937 l'Eca (Ente comunale assistenza) a sua volta cessato nel 1978 con la devoluzione alle Regioni dei suoi compiti istituzionali. Sta di fatto che a Livorno le diffuse situazioni di povertà e soprattutto il vivere in ambienti malsani hanno nel passato provocato, fra l'altro, ben sette gravi epidemie di colera fra il 1835 ed il 1911, quando si verificò l'ultima, ormai allo sfiorire della Belle Epoque e mentre si avvicinava la Prima Guerra Mondiale. E fu proprio alla fine della Grande Guerra, fra il 1918 ed il 1920, che in tutto il mondo esplose l'epidemia di “influenza spagnola”, una pandemia di eccezionale gravità tanto da essere considerata addirittura più letale della terribile “peste nera” che nel XIV secolo praticamente dimezzò la popolazione europea: le statistiche sull'influenza spagnola sono discordi, ma il dato oscilla fra i 50 milioni ed i 100 milioni di morti nel mondo.
Roberto Riu
L'ente si avvaleva di lasciti e donazioni private per poter distribuire il pane alle due principali fasce di poveri ovvero i “questuanti”, che vivevano di elemosine, ed i “vergognosi”, coloro che cercavano di nascondere la loro condizione di miseria.
Il “Magistrato di carità” era un po’ l'antesignano della “Congregazione di carità” istituita nei comuni italiani dal 1862 in base alla “Legge Rattazzi” a cui è quindi succeduto nel 1937 l'Eca (Ente comunale assistenza) a sua volta cessato nel 1978 con la devoluzione alle Regioni dei suoi compiti istituzionali. Sta di fatto che a Livorno le diffuse situazioni di povertà e soprattutto il vivere in ambienti malsani hanno nel passato provocato, fra l'altro, ben sette gravi epidemie di colera fra il 1835 ed il 1911, quando si verificò l'ultima, ormai allo sfiorire della Belle Epoque e mentre si avvicinava la Prima Guerra Mondiale. E fu proprio alla fine della Grande Guerra, fra il 1918 ed il 1920, che in tutto il mondo esplose l'epidemia di “influenza spagnola”, una pandemia di eccezionale gravità tanto da essere considerata addirittura più letale della terribile “peste nera” che nel XIV secolo praticamente dimezzò la popolazione europea: le statistiche sull'influenza spagnola sono discordi, ma il dato oscilla fra i 50 milioni ed i 100 milioni di morti nel mondo.
Roberto Riu
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