Il Tirreno

Livorno

cantastorie e maestro d’ascia

LIVORNO. «Questo è il quartiere più bello della città, di gente verace che parla schietta: io qua dentro sono nato, sì proprio qui, a pelo d’acqua». Ascoltare Fulvio Pacitto (nella foto in alto) è...

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LIVORNO. «Questo è il quartiere più bello della città, di gente verace che parla schietta: io qua dentro sono nato, sì proprio qui, a pelo d’acqua». Ascoltare Fulvio Pacitto (nella foto in alto) è come leggere un libro. Di storia livornese. Di aneddoti. Di volti e ricordi che oggi non esistono più. Un po’ come il suo mestiere, quello di maestro d’ascia che lui continua a portare avanti nelle sue cantine-scrigno lungo gli scali delle Cantine. Proprio dove lui è nato, il 2 luglio del ’49. «Queste cantine, il mio lavoro, sono patrimonio di questa città: certo che andrebbero valorizzate, bisognerebbe portarci i turisti, raccontare questa Livorno a pelo d’acqua e magari i vecchi mestieri. Ma per fare questo bisogna da una parte mettere d’accordo i privati proprietari delle cantine e dall’altra ci vorrebbe una spinta vera delle istituzioni».

Una faccia. Tante anime. Questo è Pacitto che è sì, l’ultimo dei maestri d’ascia, ma è anche stornellatore, cantastorie, attore. E dentro le sue cantine del Pontino, quartiere dove lui è nato e al quale è legatissimo, dà vita alle sue creature di legno. “Riposa”, coperto e accudito, il sandalo veneto che ha realizzato nel ’94 in due mesi e che utilizza per il suo giro nei fossi durante Effetto Venezia. Poi c’è Lodoletta, un’altra imbarcazione fatta anni fa sulla quale porta i turisti. «Di barche registrate ne avrò fatte circa 16, di piccole imbarcazioni ormai ho perso il conto», racconta.

Intorno a lui ci sono seghe, pialle. C’è la sua ascia. Il legno. “Vesti il legno e vesti il mondo intero” è il suo motto. Il motto di quel mestiere che ha imparato dal nonno, Ferdinando Carboni. «Mi diceva sempre che questo mestiere si impara dall’asilo», continua.

Pacitto avrebbe voglia di insegnare il lavoro a qualche giovane interessato. Per portare avanti una tradizione che dopo di lui va a sparire. «Quando ho costruito Lodoletta feci una sorta di progetto con alcuni professori delle superiori e coinvolgemmo le classi: dicevo a tutti i ragazzi che chi voleva poteva venire da me a imparare il mestiere, ma solo tanta curiosità». Il mondo di oggi non gira come ai tempi di Pacitto. «Sapete che alle medie – raconta – nell’antologia di italiano, accanto alle poesie del Carducci io disegnavo le ossature delle barche: tanto per dire quanta passione ho e ho avuto da sempre per questo lavoro».

Pacitto sta lavorando alla realizzazione di un gozzo. «Non riesco a stare fermo», ci scherza su ricordando la sua prima “lancina”, che fece con il nonno a 10 anni.

«Ber mi Pontino», sospira alla livornese. Perché la sua anima di stornellatore, di cantore delle romanze tradizionali è profonda. E vastissima. Per lui è il quartiere più bello della città e lui è il suo cantore. Per il suo rione: “Ber mi Pontino, sei da tutti adorato, c’enno i ri’ordi della miì fanciullezza, la ’asa, il rione dove son nato in ’dove ho trascorso la mi’ giovinezza.... Ora ci si è tutti divisi, ci si è tutti scordati, li stabili vecchi e l’isolotto vengan risarciti e tanti di sur Pontino sono sgomberati”.



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