Il Tirreno

Livorno

L'azienda centenaria: il cappello alla Leghorn, un intreccio di paglia tradizione e passione

Lucia Aterini
L'azienda centenaria: il cappello alla Leghorn, un intreccio di paglia tradizione e passione

La “Filippo Catarzi” produce i copricapo da quattro generazioni. Un’arte tramandata dalle donne, trecciaiole, dell’inizio del secolo 

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SIGNA. Coraggio da vendere. E infinita passione per quegli oggetti che prendono forma grazie a mani che si muovono veloci e leggere su input codificati in secoli di esperienza. Sono questi i requisiti necessari per chi si trova, ora, a mandare avanti un’impresa artigiana. E sono quelli che si ritrovano anche in un’impresa ultracentenaria e ad “alto valore artistico e tradizionale” come la “Filippo Catarzi” che fa cappelli di paglia ma non solo. L’azienda è a Signa, in provincia di Firenze, nel cuore di quella zona che un tempo era la reggia delle borse e dei cappelli per l’estate conosciuti nel mondo come chapeaux de paille d’Italie e come Leghorn (Livorno) hats perché partivano proprio da questo porto. Ora dai centomila addetti di un tempo, ne sono rimasti un centinaio che lavorano su linee invernali ed estive con una decina di realtà attive. E di queste, solo cinque sono produttrici dall’inizio alla fine dei cappelli. Tra queste anche la “Filippo Catarzi” con una ventina di dipendenti, una gestione familiare giunta alla sua quarta generazione nonostante i tanti problemi legati alla concorrenza sleale e ai pochi aiuti concessi alle piccole realtà come la loro.

Ecco dove sta il coraggio e la passione. Lo spiega bene Stefania Nistri, proprietaria insieme al marito Maurizio Catarzi di questo cappellificio fondato nel 1910 da Olderigo Catarzi (bisnonno di Maurizio) che era nato nel 1875 e che aprì un laboratorio in casa. Fu lui a dare il nome “Filippo Catarzi” alla ditta in onore di suo figlio che aveva pochi anni. I tasselli della storia di famiglia sono stati rimessi insieme, proprio per il centenario, grazie a una pubblicazione (edita da Polistampa) dal titolo «Intrecci da capogiro, cento anni di creatività e abilità». All’inizio «nel laboratorio di Olderigo - si legge nella pubblicazione - si agguagliava paglia comprata a Malmantile (vicino a Signa ndr) e la si divideva in menate di punta o di pedale da distribuire alle lavoranti per l’intreccio». Ma col passare del tempo «è certo che nel suo stanzone oltre alla paglia da lavorare si cominciò a commerciare anche semilavorati come trecce e cappelli da guarnire cuciti da manodopera dei Colli e di San Mauro». E poi tre delle sue sorelle, Emma, Giulia e Amabilia, erano trecciaiole esperte come la gran parte delle donne di Signa. Da allora l’azienda è andata avanti nonostante il crollo della Borsa del 1929 e le due guerre mondiali. E nonostante i repentini cambiamenti di moda e gusti. Avversità superate grazie a un segreto: «l’essere e sentirsi una famiglia in simbiosi con la fabbrica che è rimasta sempre di loro proprietà» (anche cambiando la ragione sociale).

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Negli anni Trenta nell’azienda entrò Filippo(morto nel 1982) e poi le redini sono passate al figlio Riccardo che è riuscito a portare i cappelli Catarzi in tutto il mondo. Negli anni Novanta, infine, il testimone è passato a Maurizio, insignito del titolo di “maestro artigiano”.

Ora la lavorazione è sempre ancorata a quella di cento anni fa ma, nello stesso tempo, ogni anno viene attualizzata con l’introduzione di nuovi materiali e decori. Le trecce di paglia, già da tempo importate dall’Oriente, vengono bagnate e poi lavorate con piccole macchine da cucire grazie a mani abili e specializzate. Da una treccia sboccia un cappello che prende la giusta dimensione con l’aiuto di forme in alluminio che vengono riscaldate. Infine la rifinitura con disegni a mano oppure con materiali tipo rafia o pelle.

I prodotti hanno cartellini con Q code da dove, attraverso lo smartphone, si vede un video che presenta la lavorazione, cioè quello che il cappello di paglia o di feltro nasconde. Poi la ricerca di gusto e di stile è costante con sei collezioni che ogni anno vengono realizzate. Con la speranza che su una linea ci possa mettere gli occhi uno stilista di uno dei noti marchi per cui la Catarzi lavora. Un lavoro enorme tenendo presente anche che, per mantenere l’equilibrio tra conti e forze a disposizione, il team lavora su un’unica filiera e deve essere così elastico da curare prodotti di elevata qualità e quelli per la grande distribuzione. Ma Nistri conclude: «Siamo orgogliosi di far parte di una famiglia che, nonostante tutte le difficoltà, è riuscita a tramandare i segreti e la passione di un mestiere antico attraverso quattro generazioni». E per questo sarà difficile fermarli.


 

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