Il Tirreno

Livorno

Sorpresa: lavoricchia la metà dei diplomati

di Mauro Zucchelli
Sorpresa: lavoricchia la metà dei diplomati

Livorno, ma l’occupazione ha poco a che vedere con gli studi in gran parte dei casi (al Buontalenti il 98%)

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LIVORNO. L’istruzione superiore livornese è in affanno se la misuriamo dal punto di vista di quel che riescono poi a combinare i neodiplomati quando si affacciano nelle aule universitarie. Ma il raffronto con le altre realtà scolastiche di questo spicchio di Toscana costiera non va molto meglio se si passa all’altra metà del dossier di Eduscopio, quella relativa all’eventuale sbocco lavorativo di chi smette di stare in mezzo ai libri.

Non c’è un istituto livornese in nessuna delle quattro classifiche in cui è stato suddiviso il campo: cioè l’istruzione professionale (settore industria artigianato e settore servizi) e l’indirizzo tecnico (settore economico e settore tecnologico). Non solo: questo vale sia se pensiamo alla percentuale di diplomati che sono riusciti a trovare un’occupazione sia se teniamo sott’occhio la coerenza tra gli studi fatti e il lavoro trovato.

Desta meraviglia però il fatto che, rispetto agli alti standard di disoccupazione giovanile, risulta nettamente al di sopra delle aspettative. La riprova? Fra gli istituti professionali a indirizzo industriale, la percentuale di chi ha trovato almeno un lavoretto arriva grossomodo alla metà dei giovani neo-diplomati. I ricercatori hanno contato chi ha lavorato «almeno 6 mesi entro i primi due anni dal conseguimento dal diploma» rispetto al numero di quanti non si sono immatricolati all’università. Per capirci: siamo al 46,7% fra ragazzi e ragazze usciti dall’Ipsia Orlando (ma al Mattei di Rosignano si arriva al 58,7%), però in meno di un caso su tre (31,8%) il lavoro ha qualcosa a che fare con gli studi fatti.

Qualcosa di simile vale anche nell’indirizzo professionale settore servizi: ce l’ha fatta a trovare un’occupazione perlomeno saltuaria il 36,6% degli studenti che hanno conquistato il diploma al Vespucci-Colombo e il 44% di quelli che ce l’hanno fatta all’Ipsia (ma fra questi ultimi non più di uno su quindici il lavoro l’ha avuto in un campo riguardante la materia dei propri studi). Siamo dunque ad anni luce di distanza da quel che è avvenuto all’istituto professionale Brignetti di Portoferraio, dove quasi due ragazzi su tre hanno trovato occupazione (e nel 79% dei casi proprio nella materia della quale si erano occupati da studenti).

Lo standard non è molto differente se dall’istruzione professionale si passa a quella tecnica. La “fotografia” relativa agli istituti tecnici spiega che fra quanti hanno superato lo scoglio dell’esame di maturità, ha trovato un’occupazione di un qualche genere per almeno sei mesi nei due anni successivi poco meno della metà dei diplomati tanto all’Iti (45,4%) quanto al Vespucci-Colombo (39,1%). Però in entrambi i casi solo per un ragazzo su quattro il tipo di lavoro è in linea con quel che si è studiato (24% all’Itc, 27,9% all’istituto di via Galilei). Il divario fra studi e occupazione è ancor più marcato fra i neogeometri del Buontalenti: ce la fa a ottenere una occupazione il 33% dei diplomati ma per quasi tutti (più del 98%) si tratta di lavori che non c’entrano con l’indirizzo di studi.
 

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