Gioco
NEI GIORNI DEI MORTI TRIONFA IL RITO MONDANO DEI VIVI
di CRISTIANA GRASSO
Si chiamano giorni dei morti ma sono soprattutto giorni dei vivi. Vivi e vivaci, con le braccia cariche di fiori e il telefonino tra orecchio e spalla, che sciamano nei corridoi dei cimiteri. Quei...
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Si chiamano giorni dei morti ma sono soprattutto giorni dei vivi. Vivi e vivaci, con le braccia cariche di fiori e il telefonino tra orecchio e spalla, che sciamano nei corridoi dei cimiteri. Quei corridoi che presto, passata la festa, torneranno silenziosi, i garofani lasciati ad appassire, le rose finte raggrinzite sotto la polvere. Torneranno silenziosi, di nuovo casa dei morti e di quella minoranza che i suoi defunti li va a trovare tutto l’anno: per laico desiderio di ricordare e riunirsi nella memoria, per religiosa preghiera, semplicemente per solitudine o per abitudine. Loro, quelli che fanno parte della comunità degli abiutué, si conoscono e si consolano, nei “giorni dei morti” si confondono con la folla oppure addirittura rinunciano, infastiditi da tanto via vai, dalle chiacchiere mondane, dalla fine dell’intimità.
Campo libero quindi al rito pagano, ma pagano davvero. Forse anche conformista e superficiale, eppure a suo modo ricco di suggestioni. Un rito che trasforma ogni tomba in una casa, la casa da abbellire perché lasciarla desolata e spoglia in questi giorni di via vai non sta bene. Perché trai mazzi di crisantemi blu, rossi e rosa, costosi miracoli della colorazione artificiale, tra trionfi di gerbere e piante di ciclamino gigante le lapidi senza orpelli saltano all’occhio, suscitano compassione e biasimo, subito l’occhio corre alle date, più si va indietro nel tempo e più l’assenza di fiori e lumini votivi fa pensare all’abbandono, alla fine di una stirpe, alla solitudine che pesa da morti quasi più che da vivi. Sta anche qui - nel desiderio non necessariamente vanesio di far fare “bella figura” al proprio caro scomparso, alla propria famiglia - la frenesia della ricorrenza, convenzione sociale ma anche confortante negazione della morte con gesti che fanno parte della vita, della vita di tutti i giorni. Comprare, abbellire, scegliere colori e composizioni, parlare di cose qualsiasi mentre si sistema la tomba, si mette l’acqua nel vaso, si scatta persino una fotografia con il cellulare per far vedere il risultato di tanto impegno a chi non è potuto venire.Certo, tutto questo stride con il dolore che prova chi in quei corridoi, in quei campi, va per piangere e per starsene in pace con chi non c’è più. Eppure, nella sua terrena praticità, il rituale annuale è pur sempre un gesto d’amore e un atto, consapevole o meno, di laica fede nella resistenza dell’anima.
Campo libero quindi al rito pagano, ma pagano davvero. Forse anche conformista e superficiale, eppure a suo modo ricco di suggestioni. Un rito che trasforma ogni tomba in una casa, la casa da abbellire perché lasciarla desolata e spoglia in questi giorni di via vai non sta bene. Perché trai mazzi di crisantemi blu, rossi e rosa, costosi miracoli della colorazione artificiale, tra trionfi di gerbere e piante di ciclamino gigante le lapidi senza orpelli saltano all’occhio, suscitano compassione e biasimo, subito l’occhio corre alle date, più si va indietro nel tempo e più l’assenza di fiori e lumini votivi fa pensare all’abbandono, alla fine di una stirpe, alla solitudine che pesa da morti quasi più che da vivi. Sta anche qui - nel desiderio non necessariamente vanesio di far fare “bella figura” al proprio caro scomparso, alla propria famiglia - la frenesia della ricorrenza, convenzione sociale ma anche confortante negazione della morte con gesti che fanno parte della vita, della vita di tutti i giorni. Comprare, abbellire, scegliere colori e composizioni, parlare di cose qualsiasi mentre si sistema la tomba, si mette l’acqua nel vaso, si scatta persino una fotografia con il cellulare per far vedere il risultato di tanto impegno a chi non è potuto venire.Certo, tutto questo stride con il dolore che prova chi in quei corridoi, in quei campi, va per piangere e per starsene in pace con chi non c’è più. Eppure, nella sua terrena praticità, il rituale annuale è pur sempre un gesto d’amore e un atto, consapevole o meno, di laica fede nella resistenza dell’anima.
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