La protesta
Muore a ottant’anni Francesco Santini, il marittimo cantastorie
Livorno, la sfida a calcio con gli eschimesi, i giganti iceberg: la sua storia era finita nel documentario “Noi dell’Oceano”.
LIVORNO. Era appena un ragazzino il giorno in cui si era imbarcato nel dopoguerra come mozzo sulle navi Genepesca, poi a bordo di pescherecci oceanici era andato per lungo tempo a cercare merluzzi nei grandi mari del Nord, compreso l’Artico. A distanza di una vita intera, lo spirito battagliero di Francesco Santini era rimasto lo stesso: pochi mesi prima che il suo cuore generoso si fermasse, aveva preso accordi con una banca e un concessionario per acquistare un furgone che sarebbe servito a un progetto che aveva in animo di lanciare con un gruppo di amici.
Se n’è andato a 80 anni lasciando alla tribù di nipoti (e ai numerosi alunni che l’avevano ascoltato nelle scuole) il rimpianto per le tante storie di avventure incredibili che non si stancavano di ascoltare da quell’anziano che aveva un talento di raccontastorie.
«Protagonisti erano i giganteschi iceberg, le balene, i banchi di merluzzi da scoprire per buttarcisi dentro e catturarne quanti più possibile anche se c’erano 30-40 gradi sotto zero e bisognava reggere turni di lavoro massacranti di venti ore», ricorda il figlio Roberto segnalando che la storia era finita nel documentario “Noi dell’Oceano”. Senza dimenticare la singolare sfida di calcio con gli eschimesi «vinta dai livornesi della ciurma di un peschereccio atlantico».
Il suo compleanno era nello stesso giorno di un esploratore come Amerigo Vespucci e di un attivista-martire come Bobby Sands. Dell’uno aveva l’apertura alla novità da scoprire, dell’altro la ribellione contro ogni forma di ingiustizia e un senso spiccato della solidarietà. «Anche a rischio di fare il Don Chisciotte», dicono i familiari ritornando con la memoria agli anni in cui Santini era stato ribattezzato sui pescherecci internazionali Kid il Ribelle («una volta si fece sbarcare a New York rispondendo picche anche all’armatore perché non aveva voluto usare un sotterfugio»). «In questo – avverte il figlio – si sentiva un livornese doc, orgoglioso di esserlo».
Santini abitava in via Tommasi a Colline. Teneva alle sue umili origini («subito dopo la guerra aveva vissuto nelle baracche in Fortezza»), dopo il periodo sui pescherecci era sceso a terra e si era messo a lavorare come imbianchino. Si occupava di un orto a Salviano ed era un gran pescatore di polpi e seppie («al moletto Sauro lo conoscevano tutti»). Si è spento a Cisanello, portato per essere seguito da un centro specializzato dopo che le sue condizioni e si erano aggravate. Lascia la moglie Emma (Mina), i figli Roberto, Stefania e Fabrizio, oltre ai nipoti.
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